Libia, Pentagono pronto a eventuali interventi L'Italia prepara le basi

Per la Clinton, Gheddafi "deve andarsene. Esilio? Ci penseremo". Frattini: "Pronti a dare le nostre basi aeree". Coprifuoco a Tripoli, cyberboys e capitribù governano Bengasi

Libia, Pentagono pronto  
a eventuali interventi 
L'Italia prepara le basi

Un portavoce del Pentagono annuncia che gli Stati Uniti «stanno riposizionando forze navali e aeree intorno alla Libia per essere pronti a eventuali interventi»: potrebbero servire a far rispettare un’eventuale zona di non volo. È un annuncio “forte”, forse troppo, e il segretario di Stato Hillary Clinton precisa subito che «non è imminente alcuna azione militare delle forze navali americane». La Clinton, a Ginevra per il Consiglio dei diritti umani dell’Onu (in realtà una sorta di consulto internazionale per concordare lo stop a Gheddafi), preferisce sottolineare la partecipazione Usa «a interventi umanitari nei pressi dei confini libici», ma ribadisce che «è tempo che Gheddafi se ne vada senza ulteriori violenze» e chiede «misure supplementari» per porvi fine «senza che alcuna opzione sia esclusa». L’imperativo per Washington, chiarisce, dev’essere «il sostegno alla transizione nel mondo arabo» e i libici «devono poter formare il loro governo». Questo mentre il portavoce della Casa Bianca lascia aperta una porta all’esilio all’estero per Gheddafi (che lui esclude): «È sicuramente una possibilità».

A Ginevra c’era anche il nostro ministro degli Esteri Franco Frattini, che ha toccato diversi punti importanti. Anzitutto il rispetto per il popolo libico, cui spetta la scelta del proprio capo di governo «che certamente non sarà Gheddafi» cui restano «poche settimane»; poi la precisazione che «solo l’Italia ha dei contatti con il nuovo Consiglio Nazionale libico»; l’annuncio di un atto formale per rendere edotte le Camere della sospensione del trattato di amicizia con Tripoli, che «fu necessario per l’assenza europea sulla questione dell’immigrazione». E la dichiarazione di disponibilità italiana all’uso della forza, con concessione della base aerea di Sigonella, in accordo con gli alleati per la messa in atto di una zona di non volo in Libia.

E mentre anche l’Ue, dopo gli Stati Uniti e l’Onu, vara proprie sanzioni contro il regime libico, a tutto questo reagisce Muammar Gheddafi, che in un’intervista dichiara di sentirsi tradito da alcuni Paesi occidentali con i quali aveva costruito relazioni negli ultimi anni, accusandoli di aver tentato di colonizzare la Libia: facile intravvedere riferimenti, fra gli altri, all’Italia e agli Stati Uniti. Gli Usa, ha aggiunto il raìs, «forse vogliono occuparci: Obama è una brava persona, ma è disinformato». Il raìs ha detto che «il popolo libico mi ama ed è pronto a morire per me» e ha invitato «l’Onu o altre organizzazioni internazionali a organizzare una missione investigativa» in Libia. Dove, intanto, è guerra sia armata che psicologica. Shukri Ghanem, responsabile delle politiche petrolifere, si è affrettato a smentire l’annuncio fatto in mattinata dalla Commissione Europea («i principali giacimenti sono in mano agli insorti») e ha assicurato che anche se la produzione è dimezzata il governo controlla i pozzi e la situazione è «sicura» per i lavoratori stranieri del settore, che possono quindi ritornare in Libia.

A Misurata, a 200 chilometri da Tripoli, ieri si è combattuto nell’ambito di una vera e propria guerra civile e gli insorti affermano di aver abbattuto un aereo. E mentre i ribelli preparano l’attacco finale alla capitale Gheddafi, secondo Al Jazeera, ha chiamato l’ex capo dei servizi segreti Bousaid Dordah a negoziare con loro. Circondato, isolato, ma non molla.

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