«Milano? È proprio come la Melato»

«Milano? E’ stata la mia città per otto mesi, quando, prima di fare il regista, ero manager di un’azienda di surgelati e abitavo in via Mameli, dalle parti di piazza Cinque giornate. Ma non tornerei a vivere sotto la Madonnina, per un motivo: in otto mesi, ho ricevuto un solo invito a cena, e non veniva da un milanese, ma da uno svedese...». Pupi Avati, bolognese, classe 1938, sarà presente oggi all’Acquario Civico (ore 17.30), per la presentazione del dvd del suo film Una sconfinata giovinezza. Lo abbiamo intercettato al ritorno da Houston, Texas, fresco vincitore del Worldfest, prestigioso festival cinematografico internazionale. Ci parla dei suoi progetti, del suo lavoro e di cosa rappresenta il capoluogo lombardo per sè e per il cinema italiano.
Come quella volta che scoprì Mariangela Melato, quando ancora faceva la vetrinista alla Rinascente...
«Fu davvero così. Io e la mia troupe aspettavamo un’attrice che avevo scelto, per cominciare a girare un film. Era una brunetta della “scuderia“ del Piccolo. Si presentò invece la Melato, che era bionda, dicendo che la sua amica non poteva venire e che l’avrebbe sostituita lei. Mai successo. Io ero indeciso: le dissi di aspettare al bar davanti e che le avremmo fatto sapere qualcosa. Ogni tanto mandavo qualcuno a controllare, sperando che se ne fosse andata. Niente: rimase lì tutto il giorno seduta al tavolino, anche se era consapevole che non era stata accolta a braccia aperte. Alla sera, dubbioso, la feci chiamare e le feci fare il provino. Rimasi folgorato dal suo talento e la presi con entusiasmo. Ecco, quindi se per milanesità si intende anche un’interpretazione corretta della professione e una certa caparbietà, la Melato incarna in pieno questo modello».
Se Roma con Cinecittà rappresenta il mondo del cinema a tutto tondo, Milano cosa rappresenta?
«Beh, non c’è dubbio che il cinema di tradizione, di racconto, è più romano, è legato al nostro passato e nasce lì. Ma Milano è il vero laboratorio dell’innovazione. Ad esempio, la proposta del filmmaker: è una figura para-professionale milanese. Questi ragazzi, una quindicina d’anni fa cominciarono ad autogestirsi, utilizzando tecniche di ripresa poco costose ma efficaci. Cominciarono a fare dei cortometraggi, candidandosi a una situazione alternativa al cinema romano, più burocratizzato, tradizionale, legato a certi meccanismi. E non dimentichiamo che questi filmmaker hanno poi avuto successo in giro per il mondo. Lo stesso vale per le tv commerciali, l’ideazione pubblicitaria, o certe produzioni televisive di qualità, a cominciare dalle nuove reti tematiche, alle spalle delle quali c’è un know how nato e cresciuto a Milano»
Lei ha vissuto proprio la Milano del Derby e del Ciak. Cosa ne pensa della comicità «alla milanese»?
«La comicità lombarda è straordinaria. Uno degli attori a cui sono più affezionato e con il quale ho girato 7-8 film è Diego Abatantuomo. Diego è straordinario. Poi amo la comicità sempreverde di Cochi e Renato, amo Jannacci che è stato un precursore, così come amo Boldi con cui ho fatto un film. Lo stesso Dario Fo poi, con la sua vena surreale, è divino. La comicità del centro e sud Italia invece è molto più terrigna. A Milano si vola molto più in alto: qui far ridere fa rima con modernità».
Quale metropoli internazionale potrebbe rappresentare un modello per Milano e Roma nella produzione cinematografica?
«Milano potrebbe essere, in relazione a Roma, quello che è stato New York in confronto a Hollywood. Mentre Los Angeles è rimasta la capitale del cinema, nel senso più tradizionale del termine, New York è divenuta più elitaria, nel senso di vitale, originale e innovativa. Quelli della East Coast sono i film di Woody Allen per esempio: pellicole molto connotate dal luogo, dall’ambiente. Io credo in questo genere, anche perché i miei film sono tutti ambientati a Bologna. Io credo che non ci si debba sbarazzare delle radici: al contrario, devono essere riconsiderate. Io credo che Milano potrebbe diventare nei confronti di Roma, quello che sono Chigago e New York nei confronti di Hollywood».
Ma oggi il cinema italiano in generale gode di buona salute? «Il cinema italiano si è trasformato nell’arco di questi ultimi quarant’anni, che io ho monitorato puntualmente, essendo stato uno dei partecipanti alla competizione ed essendo partito proprio 41 anni fa con il primo film. Dagli anni ’70 è innanzitutto cambiato il numero delle pellicole prodotte: quando ho cominciato se ne facevano 350 all’anno, oggi se ne fanno 70-80 al massimo. E non tutti escono. A quel tempo il cinema era un punto di riferimento per il Paese: attraverso il cinema l’italiano ha imparato a conoscere se stesso, in quanto fu un momento di riflessione sul piano culturale, sociale, politico per l’Italia. Oggi questo ruolo lo esercita la tv».
Quali tra i nuovi registi italiani stima di più?
«Silvio Soldini è un regista interessante che è rimasto molto legato alla sua cultura, al suo mondo, alla sua città. Lui, secondo me, è il più milanese, nel senso più positivo e completo del termine».
Attualmente è quasi ultimato il suo nuovo film Il cuore grande delle ragazze, il cui protagonista, Cesare Cremonini, è un donnaiolo degli anni '30 che non ha voglia di lavorare e si innamora di Francesca (Micaela Ramazzotti). Il film, girato interamente a Fermo, nelle Marche, sarà prodotto dalla Due A e distribuito da Medusa. Cosa consiglierebbe oggi a un aspirante regista?
«Innanzitutto di verificare se ha qualcosa di interessante, e di proprio, da dire.

Di non essere un fanatico cinefilo e di non farsi condizionare dalla cinematografia altrui, di non replicare modelli presi da altri, e riuscire a capire che si possiede un proprio tono di voce, di calligrafia,e raggiungere così una coincidenza tra ciò sei e ciò che fai».
Progetti futuri?
«Ho girato da poco un film con un milanese, Fabrizio Bentivoglio, assieme a Francesca Neri: una storia d’amore, intensa, drammatica. E poi, chissà...».

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