Moschea? Affidatela a questa donna

L'antropologa italo-somala vuole un centro islamico aperto e senza politica. C'è una possibilità: nominare lei

Le sue parole hanno lasciato il segno. Maryan Ismail ha spiegato che non intende mettere piede nella moschea di Lampugnano, quella che sorgerà nell'area ex Palasharp che il bando del Comune ha assegnato a un'associazione di musulmani milanesi. Maryan Ismail è italo-somala: è nata nel '59 a Mogadiscio, città che le bande integraliste hanno devastato. A Milano da anni è impegnata in politica: ha partecipato alla battaglia contro le mutilazioni genitali; ha fondato e guidato un circolo del Pd e oggi fa parte della segreteria del partito. È un'antropologa e ha conosciuto da vicino la follia del fondamentalismo: suo fratello era ambasciatore all'Onu. A marzo è stato ucciso in un hotel della capitale somala, vittima con altri 17 di un attentato jihadista. «La Somalia - ci ha raccontato amaramente - è diventata la palestra dei tagliatori di teste, si sono allenati con le teste dei somali». La sua idea sul fanatismo religioso, però, Maryan l'aveva maturata anche prima di questa tragedia. «La commistione fra politica e religione mi ripugna», questo per lei è il punto.

Nell'intervista rilasciata lunedì al «Giornale», Maryan ha criticato l'esito del bando comunale per l'assegnazione di aree su cui edificare le moschee. Avrebbe voluto una moschea «di tutti i musulmani», «trasparente», «neutra», gestita da un board . Per lei la stragrande maggioranza dei musulmani, moderati e laici, sono stati esclusi. Ha sottoscritto anche una lettera indirizzata al sindaco e centrata su questi temi, su queste condizioni da garantire: «La parità di genere, la separazione fra politica e religione, il no a una lettura ortodossa che mortifica la ricchezza del mondo musulmano». Non ha ingaggiato una polemica ideologica o una disputa personale con i vertici delle altre associazioni milanesi. Non attacca il Caim ma ha chiarito che oggi non si sente dalla loro parte: «Riconosco il loro diritto di rappresentarsi - ha precisato - ma non faccio parte di quella parrocchia». Per questo, non per sfida, ha annunciato che non entrerà in moschea fin quando non ci sarà «scelta chiara e inequivocabile» per la laicità. Invece Maryan merita di entrare nella moschea di Milano. E dalla porta principale. Sarebbe una scelta dirompente, se Maryan fosse nominata direttore o presidente di un board (o comitato) chiamato a gestire il centro. Se una donna - rigorosamente musulmana, somala, conosciuta per il suo impegno a favore delle donne, colpita personalmente dalla violenza dei fondamentalisti - diventasse il volto dell'islam milanese. Di tutto l'islam, non di una fazione. Il direttore di via Padova Mahmoud Asfa, quando ha ricevuto l'Ambrogino d'oro anni fa, ha dichiarato che il suo sogno era lasciare il posto a una donna.

Non sarebbe un danno per la sinistra: Maryan è una dirigente del Pd. E non sarebbe una provocazione diretta al Caim o alle altre sigle islamiche milanesi. Una musulmana, una «musulmana libera», a guidare una moschea. Sarebbe un simbolo.

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