
Da giornalisti, lo capirete, siamo molto interessati alle tecniche di persuasione psicologica, cioè tutte quelle strategie che mirano a modificare i nostri comportamenti attraverso l'informazione.
Bene. Ultimamente il prodotto che va per la maggiore, di cui si sta convincendo la massa della sua utilità, è la guerra. La copertura mediatica riservata al piano per il riarmo della von der Leyen; la riscoperta improvvisa della parola Patria; il video per promuovere il kit di sopravvivenza della commissaria europea per la gestione delle crisi... E adesso la copertina del settimanale tedesco Stern. Dobbiamo confessarlo: pregevole. Sotto lo strillo
«Combattereste per la Germania? Nessuno di noi vuole la guerra, ma dobbiamo prepararci adesso», ecco la foto di un ragazzo in elmetto, trucco mimetico e divisa. L'età, i capelli biondi e lo sguardo smarrito fanno pensare a un membro della Hitler-Jugend. Corsi e ricorsi...
Cosa non si fa per difendere il sacro suolo dell'Europa.
Però è strano. Di solito le copertine dei magazine sono appannaggio di donne, modelli fluidi, uomini di colore o delle varie gradazioni dell'universo queer. Ma se si deve scegliere, simbolicamente, chi mandare in guerra, stranamente, non è un gay, un nero, un trans o un immigrato.
Ma un maschio, bianco, caucasico.
Mai che ci sia una valorizzazione della diversità e dell'inclusione in questi casi. Quando c'è da mandare al macello una generazione non c'è spazio per il gender.Però così perde la coerenza e finisce col vincere la guerra.
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