
L'accordo sulle terre rare tra Ucraina e Stati Uniti adesso c'è. Ma prima di scommettere sulla sua firma - affidata per gli Usa al segretario del Tesoro Scott Bessent e per l'Ucraina al ministro degli esteri Andrii Sybiha - bisognerà aspettare l'arrivo a Washington di Volodymyr Zelensky e il suo incontro con Donald Trump. Il diavolo infatti si nasconde nei dettagli. Che in questo caso non sono pochi. Né irrilevanti. Il più preoccupante per gli ucraini riguarda la sicurezza. Il testo dell'accordo, ottenuto dalla Cnn, si limita ad affermare che gli Stati Uniti «appoggiano i tentativi dell'Ucraina di ottenere le condizioni di sicurezza necessarie a garantire una pace duratura». Una frase che letta così non sembra impegnare gli americani a difendere l'Ucraina da nuovi attacchi.
Un'incertezza ammessa dallo stesso Zelensky. Ieri il presidente ucraino ha riconosciuto come l'intesa discussa con gli Usa sia una semplice «cornice» che non prevede fin qui a «passi concreti sulle garanzie di sicurezza». A sentire Zelensky le garanzie di sicurezza andranno discusse congiuntamente con Stati Uniti ed Europa. A quale tavolo non è però dato a sapere. Anche perché ad oggi la trattativa con Ucraina e Russia gestita dagli Usa non prevede tavoli capaci di includere Washington e Bruxelles. Non a caso molti ucraini si chiedono quale sia il vantaggio di firmare un'intesa grazie alla quale Kiev dovrà garantire di tasca propria la metà dei fondi necessari agli Usa per estrarre dal sottosuolo ucraino le terre rare e i minerali. Tutti prodotti per i quali si vedranno riconoscere da Washington solo il 50 per cento dei proventi conseguiti. L'accordo - seppur migliore di quelli con cui Trump pretendeva di assegnare agli Usa il cento per cento delle entrate - sembra pur sempre una sorta di rivalsa per i 110 miliardi di dollari in aiuti militari e finanziari concessi da Washington durante i tre anni di guerra. Aiuti e finanziamenti che Zelensky giura di non voler assolutamente ripagare. «Non accetterò che nemmeno il dieci per cento di quel debito sia inserito in questo accordo» ribadiva ieri il presidente. Parole poco chiare per gli stessi ucraini che non comprendono la necessità di regalare all'America il 50 per cento delle risorse del proprio sottosuolo. E soprattutto il motivo di farlo in assenza di qualsiasi impegno di Washington a difendere quanto resta dei loro confini.
Per trovare il comune interesse bisogna forse tornare all'indispensabile necessità della pace. Una pace obbligata per Kiev che non ha più uomini da mandare nelle trincee. Ma indispensabile anche per un'America piegata da un deficit che - come spiega Elon Musk - «rischia di portare il Paese alla bancarotta». In questa prospettiva l'accordo sulle «terre rare» verrà rivenduto agli americani come l'ottimo affare che permette all'amministrazione Trump di recuperare un parte dei fondi dissipati da Joe Biden. Ma in una prospettiva commerciale e finanziaria più ampia la «pax ucraina» punta anche a far tornare sui mercati internazionali petrolio, gas e altre materie prime di Mosca mettendo fine a quell'inflazione - causa collaterale dalle sanzioni anti russe - che continua a pesare sul mercato statunitense e sulla capacità d'acquisto delle famiglie americane.
Per non parlare della vecchia regola - cara all'America - secondo cui le guerre e gli appoggi forniti agli alleati hanno un prezzo. Una regola applicata senza sconti dopo la guerra per la liberazione del Kuwait. Un guerra per cui l'America spese 62 miliardi di dollari di cui ben 54 addebitati in un secondo tempo ai propri alleati.
Kuwaitiani e sauditi se ne accollarono 16 miliardi a testa, altri 4 miliardi restarono sul groppone degli Emirati Arabi mentre un'altra quota da 16 miliardi pesò su Germania, Giappone e Corea del Sud. Perché le guerre costano. E alla fine si pagano. Sempre.
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