Argentina al voto, è il giorno di Milei

L'economista di destra in vantaggio nei sondaggi, ma difficilmente eviterà il ballottaggio

Argentina al voto, è il giorno di Milei
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«Vinceremo al primo turno». È stato questo, mercoledì scorso l'urlo di Javier Milei, il candidato della Libertad Avanza, favorito oggi alle presidenziali in Argentina, almeno per 22 su 23 sondaggi pubblicati nelle ultime tre settimane. Il problema per l'economista che vuole dollarizzare e si ispira alla scuola austriaca è che nessuna rilevazione demoscopica lo mette al riparo dal ballottaggio, il prossimo 19 novembre. In Argentina, infatti, per vincere al primo turno Milei deve ottenere più del 45 per cento dei voti il 40 con oltre 10 punti percentuali sul secondo. Se i sondaggi non si sbagliano come alle primarie di agosto, quando Milei fu sottostimato clamorosamente, tra meno di un mese dovrà vedersela con uno tra Sergio Massa, l'attuale ministro dell'Economia candidato dell'Unión por la Patria - la coalizione del peronismo - o Patricia Bullrich, in lizza per la coalizione Juntos Por El Cambio dell'ex presidente Mauricio Macri.

Non si sa quanto potrebbe aiutare Milei l'appello per «sospendere le relazioni diplomatiche con la Santa Sede mentre alla guida del Vaticano prevale lo spirito totalitario», lanciato nell'atto conclusivo della sua campagna dall'83enne economista Alberto Benegas Lynch, a detta del favorito di oggi «il più grande riferimento del liberalismo argentino di tutti i tempi». Milei è dovuto intervenire per negare di volere rompere le relazioni ma resta da vedere se l'ennesima polemica con la Santa Sede lo aiuterà o meno.

Di sicuro c'è che solo tre volte il partito più votato alle primarie ha aumentato di nove punti percentuali i voti nelle elezioni «vere» (di questo ha bisogno Milei per vincere già oggi) come sottolinea La Nación, anche se poi, nell'80 per cento dei casi il vincitore delle primarie si è confermato. Nelle 100 elezioni analizzate dal quotidiano argentino dal 2011, mai nessun presidente e solo tre governatori hanno compiuto un balzo in avanti come quello di cui avrebbe bisogno Milei per conquistare oggi la Casa Rosada. Jorge Capitanich nel 2013 nel Chaco, Gerardo Morales a Jujuy nel 2017 (voto di mid-term) e Gustavo Sáenz nel 2019 a Salta. Certo, Milei ha già sorpreso pochi mesi fa tutti smentendo sia i sondaggi sia il «deep state» del potere argentino, sempre spartito da quando è tornata la democrazia 40 anni fa tra peronisti di vario orientamento (di destra, come Menem, o di sinistra, come i Kirchner) e i radicali (di centrosinistra).

Tra l'8 e il 10 per cento degli elettori deciderà il proprio voto all'ultimo momento ma la vera incognita è chi si asterrà, nonostante il voto in Argentina sia obbligatorio, visto il disastro economico e il 50 per cento della popolazione che vive in povertà. Milei, tra Massa e Bullrich, preferirebbe affrontare il primo per una ragione ovvia. Innanzitutto chi vota oggi Bullrich è tendenzialmente di centrodestra e, dunque, al ballottaggio a rigor di logica dovrebbe preferire Milei a un ministro dell'Economia che ha fatto disastri da quando si è insediato 14 mesi fa.

Per la cronaca ieri il dollaro si vendeva clandestinamente a 1.200 pesos a Buenos Aires, distante anni luce dai 365 pesos del cambio ufficiale. Uno scenario sempre più venezuelano e una dollarizzazione che di fatto c'è già, al di là di come voteranno oggi gli argentini.

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