I "trasformisti" sono il sintomo non la malattia

"109 voltagabbana, uno ogni tre giorni": così strillava nei giorni scorsi in prima pagina il Fatto quotidiano riferendosi agli attuali componenti dei gruppi misti di Camera e Senato

I "trasformisti" sono il sintomo non la malattia

«109 voltagabbana, uno ogni tre giorni»: così strillava nei giorni scorsi in prima pagina il Fatto quotidiano riferendosi agli attuali componenti dei gruppi misti di Camera e Senato e deprecando i «273 cambi di casacca» avvenuti dall'inizio della legislatura. Cifre alte, ma non sorprendenti. E non solo perché la metà dei cosiddetti «voltagabbana» è stata eletta con il Movimento 5stelle, caro a Marco Travaglio e di conseguenza in pieno big bang. Il punto è che siamo alla fine di un ciclo politico, alla terza maggioranza di governo mai prospettata a eletti ed elettori, con partiti camaleontici privi di radici e di identità espressi da segmenti minoritari e volubili di una società definita «liquida» in un mondo affidato al caos in attesa di un ordine geopolitico nuovo. Sarebbe strano se, nel pieno di tali metamorfosi, mentre tutto è in movimento a non muoversi fossero solo i parlamentari. E sarebbe strano se più d'uno tra quelli rimasti nei gruppi originari non sollevasse argomentazioni problematiche. Sarebbe strano e non per questo rassicurante. Sarebbe, paradossalmente, un segno di scollamento tra Palazzo e Paese. Un segno di ignavia, di rassegnazione, di apatia.

Abolire il vincolo di mandato non servirebbe, come a nulla servì la pur nobile fine della sentinella trovata pietrificata dalla lava sull'attenti a Pompei. Il trasformismo si contrasta dando senso alla forma. Creando, cioè, appartenenze non fondate solo su una vacua retorica demagogica o sulla figura occasionale di un leader, ma su culture politiche definite e definitivamente ancorate ad una storia passata e ad una visione del futuro. O dentro o fuori il mercato, o dentro o fuori l'Europa, o dentro o fuori la Nato. O con metodo liberale o con dogma statalista.

È il senso politico il collante che tiene insieme gli eletti, non il vincolo di un mandato tradito per primi da leader senza bussola né principi. Senza un senso politico la transumanza parlamentare non si fermerà e la politica non troverà mai un suo punto di equilibrio. Una politica negata, spregiata, offesa. Ma non per questo vinta. Perciò, con buona pace degli amici del Fatto quotidiano, destinata a riconquistarsi i suoi spazi facendo giustizia di s'è illuso di giustiziarla.

Perché, come ha detto un politico di

vecchio conio come Paolo Cirino Pomicino, «la politica si vendica sempre di chi la offende». Lo dimostrano la fine ingloriosa di un Movimento 5stelle ormai istituzionalizzato e i «273 cambi di casacca» avvenuti in Parlamento.

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