L'Austria arma i nemici della ripresa

La tregua sta per finire. La pandemia non è servita a smussare le diffidenze tra i vari governi europei.

L'Austria arma i nemici della ripresa

La tregua sta per finire. La pandemia non è servita a smussare le diffidenze tra i vari governi europei. L'approvazione del Next Generation è arrivata in un momento particolare. Adesso tornano i vecchi pregiudizi e viene ridisegnato il confine tra «stoici» e «edonisti» o, se si vuole, tra «formiche» e «cicale». Non è detto che i primi abbiano sempre ragione. A muoversi è l'Austria e non è un caso. Vienna gioca spesso il ruolo di apripista di certi malumori, in genere poi si fanno sentire olandesi, ungheresi e scandinavi. A dettare la linea è in realtà la Germania, che poi gioca il ruolo di mediatore. Il premier austriaco Sebastian Kurz e il ministro delle finanze Gernot Blumel puntano l'indice contro Roma e Parigi. «L'Europa non scivolerà verso un'Europa del debito. Francia o l'Italia vorrebbero abolire i criteri di Maastricht. È allarmante da un punto di vista economico e morale». Il messaggio non ha bisogno di troppe interpretazioni. È un ritorno al passato, prima del virus, prima dei dubbi sulle politiche economiche troppo austere. Torna centrale il rapporto tra il debito e il Pil. Torna il 3 per cento come numero magico. Niente più Bce che fa da paracadute. Niente Whatever it takes. L'Europa dei sobri ha paura di accelerare troppo e, soprattutto, di sperperare. Non vogliono pagare i debiti «cattivi» che, secondo loro, l'Italia si appresta a fare. L'attacco è a Mario Draghi. Non lo si nomina, ma il senso è quello. Non è solo una questione di sfiducia. Draghi ci ha messo la faccia. Ha detto: garantisco io. Il problema è che non tutti vogliono un'Europa con l'Italia in un ruolo centrale. Non vogliono che sia l'ex banchiere centrale l'erede della signora Merkel. È in gioco la leadership dell'Unione. Questa resistenza, raccontata come prudenza, ha un costo economico. È proprio quando l'Italia fa segnare un rimbalzo del Pil insperato che dagli alleati arriva un freno. Il paradosso è che l'Europa ci presta in soldi per ricostruire un futuro, ma poi butta sul sentiero il fardello dell'austerità. Il governo deve tornare a tassare come ai tempi di Mario Monti. È il futuro che diventa passato. Ne fanno un discorso di etica. Non rispettare i parametri di Maastricht è immorale. È l'idea degli italiani che cantano e ballano mentre gli altri sono morigerati. È un pregiudizio. È una caricatura dei caratteri europei, ma che gli spiriti nazionalisti stanno cavalcando. Solo che a questo racconto manca qualcosa. C'è un «non visto». I leader europei stanno sottovalutando la crisi democratica che si respira in ogni Paese. L'Europa dell'austerità ha creato povertà, salari bassi, discriminazioni, rabbia, frustrazione e disillusione. È un'Europa che non genera speranza.

Se fuori c'è la minaccia delle autocrazie, dentro non si percepisce la fragilità della democrazia. Sono le due insidie con cui si ritrova a fare i conti l'Occidente. Il futuro dell'Europa dipende da come saremo in grado di uscire dalla pandemia e non saranno austeri e puritani a salvarci.

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