Veleni e corvi al Csm. Così il "pentito" Amara travolge i tribunali. E ora Cantone indaga sulla loggia Ungheria

Dopo l'interrogatorio, il pm milanese Storari si scontra con il capo Greco: non riesce ad aprire un'indagine. Ed è così che il dossier prima finisce nelle mani di Davigo, del "Fatto" e di "Repubblica". Che però insabbiano tutto.

Veleni e corvi al Csm. Così il "pentito" Amara travolge i tribunali. E ora Cantone indaga sulla loggia Ungheria

Il pm milanese Paolo Storari tace (anche se, come vedremo tra poco, ha già parlato a sufficienza). Ma è attraverso questo magistrato solitario, arruffato e sgobbone, cresciuto alla scuola di Ilda Boccassini, che passa la storia che scuote la magistratura italiana. Perché è dai suoi verbali di interrogatorio che emerge la storia - a tratti inquietante, a tratti inverosimile - della loggia Ungheria, l'associazione segreta di cui da ieri si occupa ufficialmente la Procura di Perugia. È l'inchiesta che prima o poi dovrà dire se Pietro Amara, l'avvocato siciliano che Storari ha interrogato per quattro volte tra il novembre e il dicembre 2019, è solo un millantatore, un avvelenatore di pozzi che architetta trame per salvarsi la pelle. O se davvero una rete di magistrati, avvocati, ufficiali e quant'altri tiri le fila di una loggia di potere occulto, ennesima riedizione della P2 e dei suoi epigoni.

L'inchiesta per associazione segreta avviata dalla Procura di Perugia è il secondo, forse terzo filone su cui si muove il «caso Amara». E già questa proliferazione di indagini che vanno ognuna per i fatti propri non sembra una garanzia di accertare presto e bene i fatti. Perugia ha il filone principale, la presunta loggia: di cui Amara indica come membri anche giudici della sezione fallimentare della Capitale, e questo porta la competenza in Umbria. Intanto Roma indaga sul Corvo, anzi sulla Corva - trattandosi per ora di una signora, l'impiegata del Csm Marcella Contrafatto - che ha spedito i verbali di Amara al Fatto e a Repubblica, perché li pubblicassero: e ottenendo invece solo che i giornalisti di entrambe le testate consegnassero ai giudici i plichi anonimi recapitati ai loro domicili. Il comune denominatore di queste due indagini è Storari: perché è lui a raccogliere le rivelazioni di Amara sulla loggia Ungheria, ed è lui, quando si rende conto che il suo capo Francesco Greco non intende aprire un'inchiesta sulla loggia, a consegnare la brutta copia dei verbali di Amara a Piercamillo Davigo. Cioè al capo della Contrafatto. Quando Davigo, obtorto collo, va in pensione, la sua impiegata si dedica anima e corpo a volantinare i verbali di Amara.

Uno dei giornalisti destinatari del malloppo fornisce alla Procura cui si rivolge indizi sufficienti per individuare la Contrafatto come mittente del papello. Il procuratore aggiunto di Roma, Paolo Ielo, manda la Finanza a perquisire casa della signora: ed ecco le copie dei verbali. Bingo. La donna viene incriminata, quando la interrogano si avvale della facoltà di non rispondere. Da questo momento in avanti, l'inchiesta si trova davanti a un interrogativo cruciale: perché l'esperta, fidata impiegata del Csm si è trasformata in Corvo? È stata ispirata, guidata, o preda di un accesso di follia che l'ha portata a immolarsi per la Verità, o per ciò che credeva che lo fosse? In queste ore, la Procura romana scava nel suo passato recente e remoto: non c'è contatto, chat, post sui social network che non venga frugato alla ricerca di un movente o di un mandante.

Poi c'è Storari, quello senza cui tutto ciò non sarebbe accaduto. Se avesse gestito la pratica Amara con burocratico aplomb, quando arrivò sul suo tavolo proveniente da Roma - dove era stata tolta a un altro maverick come lui, il pm Stefano Fava - le dichiarazioni del torbido avvocato messinese sarebbero ancora lì a sonnecchiare negli armadi. Invece Storari prende la cosa di petto. Se Amara mente va incriminato, con buona pace delle Procure che lo hanno coccolato finora; se c'è del vero non si può fare finta di niente. Questa è la linea di Storari, che lo mette in rotta di collisione con i suoi capi. E che lo porta alla fine a fare un gesto inconsulto, come consegnare a Davigo la copia di lavoro dei verbali.

Non è la prima volta in carriera che Storari si mette nei guai per un accesso di ribellione. Ma stavolta si brucia i ponti alle spalle. Lo fa poco dopo la metà di marzo, quando le avvisaglie della tempesta sono ancora flebili. Si è venuto a sapere che la Procura di Milano vuole usare i verbali di Amara (quegli stessi verbali che quando toccano il premier Conte, magistrati importanti e membri del Csm si vorrebbe tenere nel cassetto) per affossare il giudice del processo Eni. Storari si ribella pubblicamente e lo fa nella chat ufficiale della Procura milanese. È lui ad attaccare il capo Francesco Greco con una asprezza senza precedenti, «a volte non si può stare zitti a costo di perdere la propria dignità. Ma di cosa state parlando? Francesco per favore non prenderci in giro, io so quello che è successo e un giorno andrà detto. Fino in fondo». Da quel momento in poi, Storari è solo. Davigo lo scarica, indicandolo esplicitamente come fonte dei verbali.

Ma la slavina innescata dal pm milanese ormai è una valanga inarrestabile. Alla fine, ieri la Procura di Perugia fa quello che Storari voleva, apre l'indagine per capire se Amara mente o apre scenari, se rivela o se calunnia. È la vittoria di Storari. Oppure una presa in giro.

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