In manette l'eroe di "Hotel Rwanda". Dalle 1.268 vite salvate al terrorismo

L'ex manager fermato a Kigali: dopo il '96 celebrato come un salvatore di orfani e rifugiati. I legali: "Manovra politica"

In manette l'eroe di "Hotel Rwanda". Dalle 1.268 vite salvate al terrorismo

«Nella vita si muore una sola volta, non due. Il mio messaggio di pace continuerà, anche se dovessero ammazzarmi». Peccato che, dopo aver pronunciato queste parole, Paul Rusesabagina, l'ex manager dell'Hotel Des Milles Collines di Kigali, che ha ispirato il film Hotel Rwanda, sia stato arrestato. Rusesabagina, 66 anni, è finito in carcere con l'accusa di terrorismo. «È sospettato di essere fondatore, leader, sponsor e membro di bande violente, armate ed estremiste», ha spiegato ai cronisti attoniti Mulangira Thierry, portavoce del Rwanda Investigations Office, che l'ha preso in custodia presso la stazione di polizia di Remera, a Kigali, dopo essere stato estradato dal Belgio. L'uomo, fermato durante una conferenza stampa dove stava raccontando delle vite salvate durante il genocidio in Rwanda del 1994, risulterebbe essere il leader di una forza paramilitare, il Fronte di liberazione nazionale (Fln), accusato di incursioni terroristiche e rapimenti nel Paese.

Era appunto l'aprile di 16 anni fa quando si rifugiò con la famiglia a Kigali, all'Hotel des Mille Collines in cui era stato assistente del direttore generale negli anni precedenti. Pur avendo la possibilità, tramite le sue relazioni straniere, di andarsene dal Paese e mettersi in salvo (la moglie era una tutsi e i figli, dunque, considerati di razza mista), egli decise di restare per aiutare il suo popolo. Con grande difficoltà, e mettendo in serio repentaglio la vita propria e dei familiari, nascose nell'albergo orfani e rifugiati, sfruttando le sue conoscenze presso i vertici militari. Con questa mossa coraggiosa riuscì così a salvare dal genocidio 1.268 connazionali. Nel massacro, durato dall'aprile al luglio di quell'anno, gli hutu, allora gruppo di popolazione maggioritario, sterminarono una parte rilevante della popolazione tutsi. Morirono, in quei 100 giorni sanguinosi, tra le 800mila e il milione di persone. I sopravvissuti al genocidio, compresi quelli ritratti nel film, però diedero un'altra versione della storia. Dissero che Rusesabagina si era limitato ad aiutare alcuni suoi amici a raggiungere l'albergo e in seguito aveva sfruttato la miseria degli ospiti per il suo vantaggio personale.

Per il suo coraggio ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti, tra cui il «Prize for Humanity» conferitogli nel 2000 dalla Immortal Chaplains Foundation e dedicato alle persone che hanno rischiato la propria vita per salvare altre persone in guerre e scontri etnici. Nel 2005 il presidente degli Stati Uniti George Bush gli consegnò la Presidential Medal of Freedom, la più alta onorificenza civile negli Stati Uniti. Dal 1996 Rusesabagina e i suoi familiari vivevano in Belgio come rifugiati, dove si erano trasferiti in seguito alle presunte minacce di morte ricevute dall'attuale establishment di Kigali. Qualche anno fa aveva anche istituito la fondazione Hotel Rwanda Rusesabagina Foundation, con lo scopo di sostenere gli orfani e le vedove del genocidio.

Un tempo alleato di Paul Kagame, Rusesabagina era diventato un avversario molto critico dell'attuale presidente, e i suoi legali sostengono che l'arresto non sia altro che una «vigliacca manovra politica per tappare una voce libera».

Sulla vicenda è intervenuto anche Don Cheadle, l'attore che nel 2004 interpretò Rusesabagina nella pellicola diretta da Therry George. «Dopo quel film sono diventato un'attivista, sostenendo le popolazioni del Darfur. Ho quindi a cuore le questioni che riguardano il terzo mondo e mi auguro che si sia trattato di un malinteso».

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