La politica si consegna ai pm. Cantone vero sindaco di Roma

È eloquente che nella rincorsa a dimostrarsi detentori di una presunta purezza i campioni della trasparenza totale si siano affidati a un magistrato, mr. Cantone, per silurarne un altro, la dottoressa Raineri

La politica si consegna ai pm. Cantone vero sindaco di Roma

Eh no, Raffaele Cantone non è il Jeeg Robot della politica italiana. Non spetta a lui dirimere la controversia politica tutta interna a quel che rimane del Movimento 5 stelle, in una guerra tra bande, o se volete correnti, direttori e minidirettori, sodali e fidanzati, che si pugnalano alle spalle sull’onda di invidie e rancori crescenti. È eloquente che nella rincorsa a dimostrarsi detentori di una presunta purezza i campioni della trasparenza totale, in questi giorni poveri di streaming, si siano affidati a un magistrato, mr. Cantone, per silurarne un altro, la dottoressa Raineri, fresca di nomina come capo di Gabinetto al Campidoglio.

Il presidente dell’Anac ha sottolineato l’urgenza prospettatagli dal sindaco in persona, e il fatto che l’esito del parere non fosse, come dire, ineluttabile: «Ci siamo pronunciati sulla forma, non sul merito: bastava cambiare la procedura e non c’era bisogno di dimissioni», ha spiegato il numero uno di Galleria Sciarra. Invece per Raggi, e il fidato Marra, la rimozione della giudice rappresentava un’urgenza. In questo avvitamento burocratico, tra pareri e circolari in giuridichese, si palesa il grande equivoco del M5s che fallisce perché non crede nella politica e nel suo primato. Dopo le performance non brillanti dei togati in carne e ossa - i di Pietro, gli Ingroia, i De Magistris - i grillini si sono proposti come il surrogato civile in grado di dare voce alla medesima domanda di legalità-tà-tà. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Dopo vent’anni caratterizzati dall’invasione di campo dei giudici nella lotta politica assistiamo a un’inversione di paradigma: sono i politici a usare la giustizia, pareri e avvisi di garanzia, per finalità puramente politiche.

«È un’anomalia italiana la tentazione di agganciare ogni tentativo di ribaltamento degli equilibri politici a qualche iniziativa della magistratura, come se la politica avesse sempre bisogno di un appiglio giudiziario a cui attaccarsi, prima di muoversi», sono le parole del procuratore capo di Palermo, Francesco Lo Voi, al tempo del goffo tentativo Pd di defenestrare l’inadeguato Crocetta sulla base di un’intercettazione inesistente. Quanto all’Anac, se le sue competenze e poteri si sono espansi come i tentacoli di una piovra, è soltanto responsabilità della politica. Se l’ex pm anticamorra è incaricato di sbrogliare la faccenda dei compensi dei dirigenti capitolini o di fissare i prezzi di certi farmaci (proprio così, tra le competenze Anac c’è pure questa), è solo responsabilità della politica che abdica al proprio ruolo.

Non ha il coraggio di decidere, e allora preferisce delegare, rinviare, sfornare simboli ingannevoli. In questo gioco di specchi il magistrato assurge a supremo nume tutelare (hai un problema? Citofonare Cantone). Per il resto, l’equivoco grillino è ormai svelato. I seguaci di Beppe Grillo non sono più puri degli altri.

Luigi Di Maio, che doveva diventare il futuro candidato premier, piagnucola lamentando di aver letto male l’e-mail in cui c’era scritto, testualmente, l’assessora Muraro «è già indagata». È seguita forse una qualche assunzione di responsabilità? Nessuna. La diversità grillina non esiste.

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