Le riforme di Renzi sono prove tecniche di regime

Dalla legge elettorale alla Costituzione, il premier mostra il suo autoritarismo e decide sulla base dei propri impulsi e interessi personali

Le riforme di Renzi sono prove tecniche di regime

Col piglio dell'aspirante autocrate che, in fondo, è e si compiace di essere Matteo Renzi ha cambiato la Costituzione del 1948 con voto ordinario del Parlamento, invece che con le procedure della democrazia rappresentativa e le garanzie previste dalla stessa Costituzione vigente che, almeno, una certa tutela dava contro le tentazione autoritarie...

Dopo l'approvazione di una legge elettorale che dovrebbe consentirgli di vincere a mani basse quando si terranno le elezioni politiche, la riforma istituzionale disegna un ordinamento giuridico che dovrebbe consentire a chi già governa di governare tanto a lungo quanto vorrà, tenuto anche conto della contemporanea assenza di una opposizione strutturata in grado di rappresentare una alternativa non solo di governo, ma elettoralmente appetibile a quella maggioranza di italiani che plaudono al «decisionismo» renziano non accorgendosi che si tratta delle prove generali dell'instaurazione di un regime illiberale.

Confesso che mi spiace dover dire di aver avuto ragione, denunciando il palese autoritarismo di Renzi, che palesemente non sopporta opposizione e vuole decidere sulla base dei propri impulsi e interessi personali...

Il ragazzotto fiorentino è troppo compiaciuto di sé, e del proprio ruolo, da pensare di rinunciare al potere di cui dispone. Peccato non abbia ancora capito che, in democrazia, il potere del governo sia esposto agli alti e bassi delle maggioranze parlamentari e che queste ultime siano l'espressione delle fluttuazioni di una opinione pubblica bene informata. Sarebbe, infatti, spettato al sistema informativo spiegare come stavano le cose e stavano evolvendo, se non fosse imbavagliato dalla cultura dominante. Con la conquista della Rai, il capo del governo ha creato formalmente e sostanzialmente le condizioni di un consenso pubblico manipolato alla bisogna e impensabile in una democrazia liberale e pluralista dipendente da un'opinione pubblica correttamente informata...

Della situazione che si è venuta a creare lo dobbiamo al presidente della Repubblica che dovrebbe essere il garante della Costituzione e che, invece, della stessa Costituzione ha fatto strame, producendo, in contrapposizione al centrodestra, tre governi non eletti, ma da lui stesso nominati, secondo una prassi da democrazia proletaria. La Repubblica si sarebbe, probabilmente, salvata se si fossero fatte le riforme promesse e disattese da tutti i governi, nel nome di una governabilità che assomiglia troppo a prove generali di regime autoritario per non inquietare.

Che piaccia o no, siamo sulla strada di una trasformazione della già fragile democrazia rappresentativa nata dalla Resistenza e dalla sconfitta del fascismo e, con la Costituente, dominata dalla cultura sovietica del Partito comunista, allora incline trasformare l'Italia in una democrazia popolare analoga a quelle nate nell'Europa centrale e orientale a seguito dell'occupazione militare dell'Armata rossa. Non è per un pregiudizio ideologico che vado elencando i danni che la cultura di sinistra, alleata a un cattolicesimo gesuitico parimenti autoritario, ha fatto al Paese dalla fine della guerra ad oggi, ma dalla constatazione di fatto di una tendenza progressiva, già presente nella Costituzione ad ignorare libertà e i diritti individuali, per non parlare della proprietà, in nome di un interesse collettivo che pare aver mutuato le proprie ragioni dalla volontà generale di Rousseau, avamposto teorico dei totalitarismi del XX secolo e di un sovietismo d'accatto mentre le dure repliche della storia facevano giustizia del comunismo dove si era malauguratamente instaurato.

È, del resto, anche l'assenza di una borghesia e di una cultura liberale degne di questo nome che ha prodotto tale situazione. La viltà e l'incultura di un parte della nostra borghesia hanno creato le condizioni per il successo dell'idea di sinistra alla quale l'una e l'altra hanno guardato come ad un albi della propria condizione sociale. La condanna di papa Francesco del denaro e della ricchezza non pare, ad esempio, tenere conto che denaro e ricchezza sono l'altra faccia della medaglia (la povertà) con la quale la Chiesa ha governato a lungo l'umanità...

L'Italia paga il prezzo di non aver apprezzato, e difeso, con sufficienza fermezza lo Stato liberale nato col Risorgimento - peraltro avversato dalla Chiesa prima di fronte al fascismo insorgente, poi di fronte al comunismo internazionalmente vincitore, con le democrazie liberali, del nazifascismo.

piero.ostellino@ilgiornale.it

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