"La solitudine è una città e la abitiamo tutti"

La scrittrice inglese riflette sull'isolamento nella folla, attraverso le opere di quattro artisti

"La solitudine è una città e la abitiamo tutti"

«Vivevo in subaffitto a Manhattan, in appartamenti strambi, poco familiari, circondata dagli oggetti di altre persone, e mi sentivo profondamente sola. Una relazione era appena finita e stavo cercando di ricostruirmi una vita nuova. Passavo un sacco di tempo a guardare fuori dalla finestra gli altri palazzi. Un periodo complicato». Così è nato Città sola di Olivia Laing (ilSaggiatore, pagg. 292, euro 24). La scrittrice inglese sarà a Milano il 15 maggio, nell'ambito di «Che cos'è - La Cultura», una serie di incontri organizzata dal Saggiatore.

Perché ha scritto un libro sulla solitudine?

«Ho capito che era un tema affascinante: una tale fonte di vergogna, così avvolta nel tabù e, alla fine, così universale. Oggi sono sposata, perciò spero sia qualcosa di diverso a spingermi a scrivere...».

Cita i versi di una canzone di Dennis Wilson, ex musicista dei Beach Boys: «Loneliness is a very special place», la solitudine è un posto molto speciale. Perché?

«Quando siamo soli siamo molto aperti, molto sensibili, molto attenti. È doloroso ma anche molto intenso».

Cita anche l'idea di Virginia Woolf che la solitudine possa condurre a un'esperienza della realtà altrimenti irraggiungibile.

«Questo riguarda l'intensità dell'esperienza. Credo che oggi Virginia Woolf sia così importante perché il suo lavoro riguarda la fluidità - del genere, del tempo, del sé. Veramente radicale. In questo momento sto scrivendo del suo romanzo Orlando: è pieno di frasi e intuizioni sorprendenti».

Essere soli è come avere fame?

«È come se tu volessi qualcosa di vitale, che però non riesci a procurarti. Il desiderio di compagnia, di intimità: una specie di fame emozionale».

Perché «la solitudine è una città»?

«A me interessava soprattutto il fenomeno dell'essere circondati da così tante persone, ma di non riuscire a raggiungerle e a stabilire un contatto».

Quattro artisti sono al centro delle sue riflessioni, e del libro. Il primo: Edward Hopper.

«È stato un genio nel catturare l'esperienza visiva della solitudine, la persona isolata nella folla».

Andy Warhol.

«È affascinante per come ha usato la tecnologia, per perfezionare la sua stessa esperienza della solitudine. Il suo uso delle macchine fotografiche, delle telecamere e dei registratori anticipa il modo in cui noi ci serviamo di computer e smartphone».

Lo scrittore e illustratore Henry Darger, «artista outsider», recluso, dalla fantasia sterminata e disturbante.

«Per me era interessante proprio per il carattere estremo della sua esperienza, che era di profonda deprivazione emozionale e insieme di ricchezza creativa straordinaria».

David Wojnarowicz, artista, fotografo, scrittore, morto di Aids a 37 anni.

«Wojnarowicz è il cuore del libro. Ha scritto in modo eloquente delle forze politiche e sociali che possono isolare una persona, e ha riflettuto molto su come resistere a esse».

Perché si è sentita come la donna in Automat di Hopper?

«È il dipinto di una donna in un caffè, di notte. C'è qualcosa nella scena, nel suo isolamento amaro, che mi ha ricordato il mio periodo a New York. Quella donna è in un luogo pubblico, eppure prova chiaramente un'infelicità privata. È stato come guardarmi in uno specchio».

Il nostro incubo peggiore è davvero quello di una solitudine incurabile?

«Credo sia qualcosa

di profondo. Siamo una specie sociale e abbiamo bisogno di relazioni. Sentirsi non amati, emarginati: queste sono paure profonde per noi. Ma non credo dobbiamo vergognarci. La solitudine è parte del fatto che siamo umani».

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