L'Eritrea si ritira per paura che i giocatori corrano (via)

Rinuncia alle qualificazioni mondiali. La motivazione ufficiale è la "mancanza di soldi per le trasferte", ma il vero timore è una fuga di massa dalla dittatura

L'Eritrea si ritira per paura che i giocatori corrano (via)
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«Non abbiamo soldi per pagarci le trasferte, dobbiamo rinunciare alle qualificazioni mondiali». Con queste parole Paulos Weldehaimanot, presidente della federcalcio dell'Eritrea, ha annunciato alla Fifa che la nazionale del piccolo stato africano, ex colonia italiana, dovrà prendersi una pausa di riflessione. In realtà oltre la patina dell'ufficialità c'è ben altro: la squadra, che aveva già rinunciato alla Coppa d'Africa, e che non gioca una gara ufficiale dal 25 gennaio 2020 (sconfitta col Sudan) è stata sciolta su ordine del presidente (perpetuo) Isaias Afwerki (nella foto), in carica ininterrottamente da 30 anni. Afwerki teme che gli atleti, approfittando delle trasferte, chiedano asilo politico per non far più ritorno ad Asmara. Era già accaduto nel 2019 nel Botswana.

In quell'occasione 10 calciatori decisero di rimanere a distanza di sicurezza dall'Eritrea. Altri 5 «sparirono» un anno dopo in Uganda. Il problema non va ricercato nella precarietà delle casse federali, piuttosto nella dittatura spietata di Afwerki che ha trasformato il paese del Corno d'Africa in un autentico lager, in totale disprezzo di ogni forma di democrazia. I calciatori scappano per via della leva militare obbligatoria e di durata illimitata, provvedimento che è diventato ancora più stringente con il sostegno dell'esercito eritreo alla truppe etiopi nella guerra del Tigray, fortemente criticata dalla Chiesa cattolica. Come se non bastasse Afwerki ha offerto rifugio ai leader qaedisti di Al Shabab e Boko Aram, che da anni insanguinano con i loro attentati il continente nero.

Alcuni calciatori «espatriati» sono riusciti a raggiungere i parenti in Svezia e Norvegia, diventando professionisti, ma considerati traditori da Afwerki. E' il caso del centrocampista Senai Hagos e dell'attaccante Robel Asfaha. Il calciatore più rappresentativo dell'Eritrea è Henok Goitom, nato da genitori profughi in Svezia, tesserato per 4 stagioni nell'Udinese (allenata da Spalletti), dove non ottenne molto spazio, ma realizzò un gol all'Inter. Oggi Goitom vive a Stoccolma e sulla questione eritrea non sembra affatto sorpreso: «lo sport è la massima espressione della libertà. Purtroppo quello che sta accadendo ad Asmara va contro ogni principio morale».

Il ministro degli Esteri Osmah Saleh nasconde sotto al tappeto dell'ipocrisia l'orrore perpetrato nel Paese e sostiene che «nel tempo la nazionale tornerà a esibirsi. Giocheremo con i nostri amici fraterni della Russia».

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