Torna Real Madrid-Barcellona: il clásico, molto più di una partita

Un confronto che è da sempre contrapposizione tra anime politiche: quella fedele al potere centrale contro chi si sbraccia per l’autonomia. Nel 1943 andò in scena un incipit surreale. Ottant’anni dopo la rivalità è tutt’altro che spenta

Torna Real Madrid-Barcellona: il clásico, molto più di una partita

A Les Corts il tifo blaugrana è un mantra che ribolle. Un catino sicuro che concede una pausa dalle fetide trame sussurrate altrove. Il 6 giugno del 1943, del resto, il mondo non è esattamente un posto placido da abitare. Ma il calcio sa essere un balsamo che lenisce anche le ferite più riottose. In campo si contendono la vittoria il Barcellona e il Madrid. Due modi di intendere la vita che si collocano agli antipodi. Il popolo contro il potere centrale. L’anelito all’autonomia che stride sulle pareti di uno statalismo esasperato. La vocazione all’autodeterminazione fiaccata dall’oppressione cruenta. Quell’ampio prato catalano contiene tutto questo e molto altro.

Si gioca la semifinale d’andata della Coppa del Generalissimo, versione Franchista della Coppa del Re. Non c’è storia: la squadra di casa travolge con un sonoro 3-0 gli ospiti. Sente di avere già un piede piazzato in finale. Non sa che quel terreno è destinato a diventare in fretta friabile e traditore. La gioiosa fanfara catalana trova corrispettivo nei mugugni castigliani, che non sono soltanto pallonari. Anzi. Il Madrid brutalmente sconfitto è una costola del potere che si incrina. Un risvolto inaccettabile. Ernesto Teus, influente giornalista madrileno, carica la stampa: la sicumera blaugrana merita di essere punita. I sostenitori dei blancos hanno patito maltrattamenti (non meglio identificati) a Les Corts e non è possibile passarci sopra. I vertici federali annotano, poi emettono la loro sentenza: trasferta vietata, al ritorno, per i tifosi catalani.

Non basta. Non può bastare. Il Madrid deve essere la rappresentazione vivida della potenza franchista. Perdere non è contemplabile. Figurarsi contro questi rivoltosi. Lo stadio Chamartin è un feudo intriso di nazionalismo. A ventimila madridisti viene consegnato un fischietto con ordini precisi: dovranno spolmonarsi ogni volta che il Barça tocca palla. Questa però è ancora la parte minore. Il disegno prevede trame molto più striscianti. Prima dell’inizio del match la porta dello spogliatoio blaugrana si spalanca di botto. Irrompe un tizio dall’aria austera e i modi tribali: è il capo della polizia franchista. Quando dischiude le labbra pronuncia poche parole raggelanti: “Ricordatevi che se potete giocare a calcio è solo per la generosità del regime, che vi perdona la mancanza di patriottismo”. Poi esce e sbatte la porta, senza aggiungere altro.

Il risultato è raggiunto. La testa dei calciatori catalani diventa in fretta un groviglio di timori. Terrorizzato dalle possibili conseguenze, il Barcellona svanisce dal campo. A fine primo tempo i blancos stanno già avanti 8-0. Finirà con un surreale 11-1. Franco ghigna, ma i separatisti per eccezione dell’Athletic Bilbao lo puniranno in finale. In quel doppio confronto straniante e falsato inizia ad annidarsi una rivalità che prima non c’era mai stata: è il primo vagito del clásico.

Sono passati quasi ottant’anni, ma quei sentimenti contrapposti non li ha lavati via nessuno. Oggi Real Madrid e Barcellona si incontrano di nuovo, certo depurate dai drammi del passato, sicuramente non meno antagoniste di un tempo. Sia sul campo che nella percezione politica. Se si aderisce alla sola rivalità sportiva, sul rettangolo verde del Bernabeu Ancelotti e Xavi si contendono lo scranno del primo posto. Entrambi hanno 22 punti in classifica. Entrambi ne hanno vinte sette, senza perdere mai.

Dopo essersi smarrito a lungo, il Barcellona inizia a riconoscere la propria sagoma in ogni riflesso. La cantera è tornata a pompare ossigeno buono nelle arterie del club e un tecnico che sa indovinare da bendato il suo perimetro pare aver rimesso le cose al loro posto. Xavi sta spillando malta blaugrana in ogni recente fessura. Le crepe che non si possono contenere sono quelle finanziarie. Aleggia sempre la sensazione che, da queste parti, si possa udire il fragore di un botto colossale. Per il momento però i culés si godono i Gavi e flirtano con i Lewandowski. Si strofinano le palpebre per Pedri e plaudono alla resurrezione di Dembelè. I punti di riferimento illuminano di nuovo il vialetto di casa. Non sarà la Sorbona del calcio come ai tempi di Messi, ma la palla gira, dietro si tentenna meno che in passato e c’è un tizio polacco che la butta sempre dentro là davanti. La squadra ha tanto calcio dentro e sembra capace di esprimerlo.

Dal lato opposto della barricata siede serafico Carletto. Lui, che ha maturato un’attitudine al successo dilagante, vuole ricacciare indietro il boccone indigesto di un anno fa, quando ne prese quattro proprio da Xavi. Uno di quegli incidenti di percorso disseminati a caso su un percorso glorioso. Orfano di un pilastro delle spessore di Casemiro, ha fatto quello che gli riesce meglio: inarcare il sopracciglio e guardare avanti con la calma dei forti. Il suo gruppo si nutre di certezze acquisite. Un portiere prodigioso, una retroguardia che ha ormai deglutito il commiato dei senatori che furono, un affrescatore croato in mezzo e il prossimo pallone d’oro in attacco. Se c’è un rimasuglio di quel passato controverso che è rimasto incastrato nella mentalità delle merengues, è proprio l’incapacità di dare confidenza alla sconfitta. Con un tessitore di calcio come Ancelotti in panchina, rispettare la promessa con la propria identità viene decisamente giù più facile.

Sarà il confronto numero 184:

76 vittorie per i blancos, 73 per i catalani, 35 pareggi. I numeri però contano zero quando scendono in campo filosofie collidenti. Real-Barcellona sarà sempre molto più di una semplice partita di pallone.

Commenti
Disclaimer
I commenti saranno accettati:
  • dal lunedì al venerdì dalle ore 10:00 alle ore 20:00
  • sabato, domenica e festivi dalle ore 10:00 alle ore 18:00.
Accedi
ilGiornale.it Logo Ricarica