Tantissima caccia e pochissimo affetto: le lettere di Hemingway a suo figlio Patrick

Arriva in libreria il carteggio tra lo scrittore e il secondogenito. Un safari di incomprensioni

Tantissima caccia e pochissimo affetto: le lettere di Hemingway a suo figlio Patrick

«Abbiamo ucciso tre leoni con la pelliccia nera: Belli grossi () E un altro leone. Poi abbiamo ucciso 35 iene. 3 bufali maschi. Circa 8 gazzelle di Thompson (sic), circa sei gazzelle di Grant, 3 antilopi, 4 orici, 6 impalla (sic), 2 leopardi, 5 ghepardi, un sacco di zebre per le pelli. 3 cobi, un servalo, 1 tragelafo striato, 1 antilope roana, 3 facoceri, 2 saltarupi, 2 oribi e non so quante fagianelle, anatre, otarde minori e maggiori e pernici. Quanto ti piacerebbe questo paese». La cronaca di questa ecatombe è parte di una lettera che un euforico Ernest Hemingway scrive al figlio Patrick nel 1934, quando costui ha circa cinque anni e mezzo. Una base educativa che troverà riscontro quando il figlio, poco dopo aver compiuto gli undici anni, scriverà al padre: «Per favore, porta il fucile ad aria compressa». Che infatti arriverà. «Ho anche mirato a qualcosa di sconosciuto» scrive l'anno dopo il padre al figlio: «e quando sono andato a calciarlo non era una gallinella che covava? () Le faraone sono perfette da colpire mentre sono in volo () Quando cadono a terra fanno un bel tonfo».

Sono stralci dell'epistolario tra lo scrittore americano e il figlio Patrick, uscito per Mondadori con il semplice titolo Lettere (Collana Oscar, prologo ed epilogo di Patrick Hemingway, a cura di Brendan Hemingway e Stephen Adams, edizione italiana di Paolo Simonetti, pagg. 312, euro 20).

Patrick, vivente, è il secondo dei tre figli di Hemingway. Il primo era John, nato dalla prima moglie, Elizabeth Richardson. L'ultimo, nato come Patrick dalla seconda moglie di Papa, Pauline Pfeiffer, era Gregory, deceduto nel 2001, dopo quattro mogli, otto figli e un cambio di sesso.

Nel lungo arco di tempo che il volume ricopre, dal 12 agosto 1931 al 13 maggio 1961, vige la descrizione di un massacro faunistico di proporzioni spettacolari. Altri tempi, si dirà. Ma nel frattempo a quattordici anni il rampollo è già un accanito sterminatore: «Alla fine abbiamo sparato a due anatre () Poco prima di pranzo siamo andati a caccia di fagiani, ne abbiamo presi sette in circa dieci minuti () Dopo pranzo siamo andati a caccia di cervi () Clark ha continuato a sparare a qualsiasi cosa, anche a una femmina () Dopo la caccia al cervo siamo andati di nuovo a cercare le anatre nere () Ci siamo divertiti un sacco».

«Farei carte false per averti qui a sparare», scrive il padre dalla sua dimora di Cuba. Il figlio non vuole deluderlo e gli replica con descrizioni splatter su come ha perforato le meningi dell'ennesimo cervo.

Possiamo solo immaginare il panico tra la popolazione animale ogniqualvolta un Hemingway usciva di casa per andare a fare una passeggiata.

Non che in trecento pagine di lettere, telegrammi, cartoline e messaggi vari, ci sia solo questo, per carità. C'è soprattutto un figlio che cerca il riconoscimento di un padre tanto affermato quanto ingombrante. E c'è uno scambio affettivo intenso, per quanto Papa non sia incline a lasciarsi troppo andare nemmeno nei momenti più drammatici. Nel telegramma del 1° ottobre 1951, in cui annuncia al figlio la morte della madre Pauline, improvvisa e avvenuta poco dopo un violentissimo alterco tra lei e lo scrittore a proposito di certi atteggiamenti di Gregory (che d'abitudine si vestiva da donna), il tono è piuttosto formale e la conclusione asciutta: «Scrivimi dove versare tuo assegno mensile e mi occuperò di tutte le finanze stop sentite condoglianze da parte nostra e un abbraccio forte Papa».

Il machismo hemingwayano trasuda spesso dalle righe scritte perlopiù a macchina, con qualche correzione o aggiunta autografa, sia che si parli di pesca d'altura con rapporti accurati su pesi e misure eccezionali, sia che si commenti qualche partita di football o una corrida. A scanso di equivoci Patrick sottolinea qua e là: «Il mio insegnante si chiama Mr Ford e credo, anche se non ne ho le prove, che sia frocio». Oppure: «Ultima informazione Riservata: Goya era frocio».

Non a caso la pubblicazione di questi documenti, inediti e frutto di scavi d'archivio, è preceduta da un disclaimer, sul fatto che il linguaggio e gli stereotipi che erano comuni decenni fa possono adesso risultare oltraggiosi (ma oggi tutta la lingua corrente è diventata un campo minato).

Questo dialogo a distanza contiene omissioni o manipolazioni? Rendere pubblica la dimensione privata di un artista illustre è sempre rischioso. Se il novantacinquenne Patrick ha sentito negli ultimi due anni il bisogno di farlo, avrà operato un'analisi costi-benefici. Forse anche per lui è il momento di chiudere i conti con certi fantasmi famigliari (e nella famiglia Hemingway essi sono legioni); e di riconoscere che Papa «si sforzava in tutti i modi di essere un buon padre di famiglia», nonostante la sua biografia sia lardellata di episodi che dimostrano l'esatto contrario.

Il figlio ventiquattrenne così si rivolge al padre: «Penso che io e te siamo sempre stati buoni amici, e credo che se non altro abbiamo una cosa in comune, il fatto che andiamo avanti a fare qualcosa che proprio non ci attira perché non vogliamo fare niente di sbagliato, e poi alla fine esplodiamo».

Nel rivelargli che il

primogenito «è ammirevole ma non è molto intelligente» e che il più piccolo «è meraviglioso ma è sempre strano () non voglio vederlo mai più», il padre gli confida: «Tu sei l'unico fratello che ho avuto tra i miei figli».

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