
Giuseppe Culicchia in esergo al suo nuovo libro Uccidere un fascista ( pubblicato da Mondadori) pone una citazione pasoliniana: «Noi siamo un Paese senza memoria, il che equivale a dire senza storia».
Il filo conduttore, infatti, di questa libro è quello dell'uso della memoria. Nonostante, fin dalla dichiarazione d'intenti, Culicchia sottolinei di basarsi quasi esclusivamente su documenti, il testo non è solo una ricostruzione oggettiva, ma una resa dei conti, che si svolge nel teatro intimo della coscienza storica dello scrittore.
Uccidere un fascista racconta, coraggiosamente e senza concedere sconti, l'orrore dell'omicidio di Sergio Ramelli. Solo per questo si tratterebbe di una lettura coinvolgente e struggente; ma lo fa dal punto di vista esistenziale dell'autore, il cugino di un terrorista, Walter Alasia, che ha perso la vita in circostanze drammatiche e convulse durante un conflitto a fuoco con le forze dell'ordine. Culicchia ha raccontato tutto questo in suo libro precedente, Il tempo di vivere con te, dove ci ha svelato come aveva profondamente amato il cugino maggiore Walter e come tutta la sua vita fu segnata dal trauma della morte violenta di Alasia. In quel libro Culicchia si rivolge alla seconda persona al cugino, immaginando un dialogo disperato, quasi una riappropriazione di una memoria personale che è stata mistificata e tradita dalle narrazioni istituzionali della storia degli anni di piombo.
La mossa spiazzante di Uccidere un fascista sta invece nell'estendere questa modalità di racconto all'omicidio di Ramelli. In questo caso l'autore proietta quella modalità di racconto, intima e personale, su un personaggio che non ha affatto conosciuto, che anzi appartiene a un campo ideologico e militante contrapposto a quello in cui è vissuto lui e il cugino Walter. Viene a comporsi così un dittico nel quale si possono rapportare le le figure tragiche di Alasia e Ramelli. Benché morirono per motivazioni completamente diverse (Alasia fu un terrorista e uccise, mentre Ramelli era solo uno studente militante di un partito di destra e che aveva scritto un tema in classe contro le Br) quello che Culicchia fa emergere è un contesto rimosso, Solo se ricordiamo questo vissuto, se facciamo uso della letteratura per ricordare dall'interno cosa è stata l'Italia degli anni 70 sarà possibile dare un senso nuovo e urtante a quelle morti volutamente dimenticate, addirittura infamate.
Culicchia si rivolge direttamente a Ramelli, usa la seconda persona, costruisce un dialogo fittizio che gli consente d'immaginare e di ipotizzare sentimenti e situazioni che la freddezza dei documenti non consentirebbe di leggere. In questo modo l'uso letterario della memoria scarta rispetto alla storia ufficiale e illumina dall'interno le vicende.
Leggendo questo libro si capisce cosa fosse la dottrina dell'antifascismo militante, come fosse possibile appunto ritenere che uccidere un fascista non fosse un reato e che addirittura bisognava colpire il nemico, anche solo presunto tale, in modo preventivo e sistematico.
L'omicidio di Sergio Ramelli, benché, non fu l'unico caso di vittime di violenze preordinate della sinistra extraparlamentare resta paradigmatico. La sua memoria storica, ancora adesso, a distanza di cinquant'anni resta confinata tra i militanti missini, gli ex camerati, dentro un colore politico al quale per molto tempo si è rifiutata la legittimità di appartenere alla vita politica repubblicana. In questo modo la memoria di Ramelli è stata insultata, mortificata, seppellita dietro al fatto che alla commemorazione della sua morte spesso siano spuntati bracci tesi. La morte di Ramelli è continuata ad essere la morte semplicemente di un fascista, cioè di uno che ha pagato per aver scelto la parte sbagliata.
Al massimo si poteva concedergli di essere stato forse vittima, di essere stato trascinato sulla via errata da dei camerati.
Il merito del libro di Culicchia è di mostrare questo dispositivo di cancellazione della storia, di eliminazione dei dati umani più elementari, di riprogrammare il passato dentro una costruzione narrativa immaginaria.
Ramelli non era un pericoloso picchiatore, non era un estremista, aveva solo idee di destra e militava in un partito che partecipava alle normali elezioni. Scrisse un tema dove esprimeva le sue idee, magari contestabili, magari sbagliate, ma non è questo il punto.
Fu preso di mira da un'organizzazione come Avanguardia Operaia che dotava i propri militanti di chiavi inglesi Hazet 36 dal peso di tre chili. Dovevano servire a massacrare selvaggiamente i fascisti, intendendo con questo un generico riferimento a un nemico ideologico costruito sulla base di delazioni, stereotipi, schedature e pedinamenti, rancori personali, perfino abbagli totali. In base a questo odio cieco molti furono aggrediti, ma Ramelli ci rimise la vita. Il suo cranio fu sfondato da colpi, forse non calcolati, che gli tolsero la vita dopo una dolorosa agonia.
La sua famiglia continuerà a ricevere insulti spregevoli e vigliacchi, il loro dolore sarà ignorato e stigmatizzato. Perfino il fratello di Sergio sarà ancora minacciato. Saranno solo i missini a occuparsi di Ramelli e della sua memoria, il resto della politica e delle istituzioni ignorerà molto a lungo.
Non solo, la sua morte aprirà le porte ad altri fatti di sangue dolorosi, che destabilizzeranno profondamente l'ordine pubblico a Milano. Tra tutti le morti dei giovani militanti di sinistra Varalli e Zibecchi, il primo raggiunto da un colpo di arma da fuoco sparato da un'auto presa d'assalto come atto di difesa da un missino e l'altro stritolato da una camionetta mentre c'erano disordini di piazza: Oppure come l'omicidio del consigliere comunale MSI Pedenovi avvenuto l'anno dopo, dove un gruppo balordo che, in questo modo, aprirà la strada alla fondazione di Prima Linea, uccise questo avvocato conservatore e privo di qualsiasi legame con la violenza neofascista. Lo fece freddandolo presso un'edicola in viale Lombardia.
Ho letto questo libro non senza una particolare emozione personale. Scopro che Emilio Alessandrini, mio zio e al quale ho dedicato un libro, è stato il magistrato che si occupò per primo e senza successo del caso Ramelli. Non c'erano abbastanza testimonianze, il velo delle protezioni e dell'omertà non era pronto a cedere, ci sarebbero voluti diversi anni per conoscere la dinamica esatta dei fatti che riguardarono l'esecuzione di Sergio Ramelli. Alessandrini è stato anche il giudice che ordinò l'arresto di Walter Alasia. Fu in seguito all'irruzione delle forze di polizia per catturalo che la sera del 14 dicembre 1976 persero la vita Sergio Bazzega maresciallo dell'antiterrorismo ed il vicequestore di Sesto San Giovanni Vittorio Padovani nonché lo stesso Alasia, colpito in cortile, dove stava fuggendo dopo essere saltato da una finestra.
I funerali pubblici di Alasia non si tennero per motivi di ordine pubblico, ma alcuni estremisti si riunirono lo stesso e quel giorno qualcuno disse: Alessandrini sei il primo della lista. Il 29 gennaio 1979 Emilio Alessandrini venne ucciso da Prima Linea in viale Umbria a Milano.
Culicchia ha avuto il merito di raccontare, superando del tutto il limite degli opposti estremismi, un affresco commosso, un quadro di vicende umane che trascinarono un intero Paese, con le sue famiglie e i suoi affetti, dentro una spirale di uccisioni e di disumanità aberrante. Su tutto questo fu poi messa una pietra tombale.
Culicchia ritiene che quella violenza e quelle morti furono usate per mantenere la stabilità e la conservazione all'interno del Paese.
Personalmente non sono convinto di questa tesi, o perlomeno andrebbe inquadrata all'interno di una molteplicità di livelli di spiegazione storica. Per fortuna, però, non siamo di fronte a un saggio, ma davanti a un emozionante racconto che prova a farci rivivere anche i lati colorati e positivi del passato pur mescolati alle tenebre.
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