Vicenza, bimbo troppo integrato: il padre lo rispedisce con la forza in Bangladesh

Il piccolo, residente a Montecchio Maggiore, andava bene a scuola ed era diventato un campione di scacchi. Ma al padre, nato in Bangladesh e trasferitosi in Italia 23 anni fa, ciò non piaceva

Vicenza, bimbo troppo integrato: il padre lo rispedisce con la forza in Bangladesh

Amava leggere e giocare a scacchi, aveva tanti amici e, almeno una volta, aveva manifestato una sorta di ammirazione per Malala, la bimba pakistana che si è ribellata al radicalismo islamico dei talebani. Troppo per suo padre che 23 anni fa, insieme alla sua famiglia, si era trasferito dal Bangladesh a Montecchio Maggiore, in provincia di Vicenza. L’uomo, evidentemente, apprezzava il denaro che riusciva a guadagnare in Italia ma detestava le tradizioni e la cultura del nostro Paese. Certo che suo figlio di 12 anni avesse intrapreso una brutta strada, quella dell’integrazione, ha decido che era giunta l’ora di “salvarlo”. E così, da un giorno ad un altro, con una scusa prende il piccino e lo fa salire su un aereo diretto in Bangladesh.

La storia, raccontata dal Corriere della Sera, ha come protagonista Dawud, un bimbo nato e cresciuto nel tranquillo comune veneto. Nonostante le prime e normali difficoltà dovute alla lingua e all’ambientamento, tanto da essere bocciato, il piccolo è riuscito a frequentare le scuole elementari con profitto, diventando anche un grande appassionato di libri e scacchi, grazie all'opera di Giancarlo Bertola, un vicino di casa e padre di coetaneo divenuto subito suo grande amico.

Proprio Bertola ha lanciato l’allarme dopo un messaggio ricevuto dall'adolescente che gli aveva raccontato che il papà lo voleva riportare in Bangladesh per allontanarlo dalla cultura occidentale. Per l’uomo, infatti, è inconcepibile che l’adolescente metta in discussione le tradizioni e la religione, che scavalchi la sua autorità e che mostri una certa personalità.

L’immigrato, inoltre, accusava il vicino di casa di aver fatto il lavaggio del cervello al ragazzo. Era stato lui a farlo avvicinare alla musica rap e a fargli conoscere gli scacchi, sport nel quale si era distinto arrivando a vincere alcuni trofei provinciali che teneva segretamente a casa di Bertola. Passioni, queste, che la famiglia bengalese vietava perché lontane dalla propria cultura.

Non solo proibizioni. Sembrerebbe che sul bimbo venissero compiute anche violenze fisiche. Era stato proprio il giovane studente a denunciare quello che accadeva tra le mura domestiche in alcuni temi in classe. “Quando ritorno a casa, loro mi picchiano” si legge in un lcompito scritto a maggio. ”È ingiusto essere maltrattati da tuo padre e da tua madre, subire insulti per ragioni sciocche o perché non appoggi la loro religione”. In un altro scritto di settembre, Dawud ha raccontato di quel padre che “ha iniziato a picchiarmi sulla testa, sulle braccia, sulla mascella e sulla schiena” e di sua madre che non è intervenuta a difenderlo “dandomi la colpa di aver fatto rumore”.

La questione era stata portata all’attenzione dell’Unità operativa tutela del minore che aveva intenzione di togliere l’affidamento ai genitori non solo del ragazzo, ma anche degli altri due fratelli. È stato a questo punto che il genitore ha deciso di allontanare il figlio dall’Italia, riportandolo nel Paese di origine.

L’azione è avvenuta con un inganno. La madre avrebbe detto al piccolo di uscire per andare a fare una visita medica. Lungo la strada, l’auto si è diretta in aeroporto. Il ragazzino, disperato, chiede aiuto via Whatsapp mandato ad un amico: “Autami, sono a Dubai e mi stanno portando in Bangladesh!”.

“So che il padre è convinto che Dawud sia stato rovinato e che abbia messo in dubbio anche l'esistenza di Allah. Per questo ha voluto rispedire in Bangladesh Dawud e i suoi fratelli. Da venti giorni non ho più sue notizie”, ha dichiarato Bertola.

Quest’ultimo, che ha scritto anche al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ha invitato l’ambasciata italiana a Dacca“a fare tutto il possibile per riportare a casa lui e suoi fratellini”. Nel frattempo, le famiglie dei suoi compagni di scuola, però, hanno intenzione di fare qualcosa, magari una fiaccolata, per far conoscere la situazione.

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