Donne in guerra nel dramma di Curzio Malaparte

In scena al Teatro Verdura l’opera ambientata a Vienna nel 1945. Le miserie di una famiglia borghese nella città occupata

Donne in guerra 
nel dramma 
di Curzio Malaparte

Lasciate a casa i sentimenti, questa sera, e recatevi alle 21 alla Fondazione Biblioteca di via Senato, via Senato 14, per incontrare qualcosa di molto più raro: uno sguardo sul mondo totalmente disincantato, profondamente "cinico" direbbe qualcuno. Va infatti in scena "Anche le donne hanno perso la guerra" di Curzio Malaparte, regia di Renato Baldi e attori della compagnia veronese Lavanteatro, nata nel 2000 nel borgo collinare di Avesa e con all'attivo diversi progetti di teatro popolare molto apprezzati. Si tratta di una pièce ad alta tensione drammatica, di pura introspezione (almeno per lo spettatore) e di colori grigi, di un fascinoso grigio alla Brecht. L'azione si svolge a Vienna, nel 1945: in una famiglia non più benestante, composta di sole donne, arriva un commissario degli alloggi dell'esercito occupante sovietico e comunica che una di loro dovrà prostituirsi per le truppe (nemmeno per gli ufficiali), se vogliono ricevere i buoni-cibo necessari per sfamarsi. La scelta cade sulla "vecchia" Enrica, moglie di Hans, disperso in Russia, mentre Clara e la "disabile" Lilly la scampano insieme alla loro madre Frau Emma Graber, di cui Enrica è nuora. Qual è, dunque, il prezzo della carne, per chi la vende e chi la compra? Le persone intorno a Enrica iniziano a trafficare, a soddisfarsi, a rendersi presto conto, sotto un fragile moralismo, che la situazione porta concreti vantaggi. Persino la portinaia del palazzo inizia a "raccogliere clienti", per non parlare della "concorrenza sleale" della vicina del piano di sotto, dapprincipio non reclutata dai sovietici perché zoppa. Arriva un soldato russo, Andrej. Nell'appartamento delle donne vede il pianoforte. Si siede, suona Schubert - lui, maestro di musica nelle province russe - e poi se ne va senza "consumare" con Enrica, ma avendo avuto con lei un altro tipo di dialogo, più umano, fatto di note, di sguardi. O così almeno crede, salvo suicidarsi poco dopo, per troppa consapevolezza dell'irreversibile perdita di valori e sentimenti che la guerra ha portato con sé. La storia precipita. Il marito di Enrica, che si credeva morto, ricompare. Si tenta di non fargli sapere l'"attività" che la moglie svolgeva in sua assenza, poi, invece, è proprio Enrica che vuole dirglielo, in un accesso di sincerità. Lui le tappa la bocca: "Andiamo" le dice, e tutti si dirigono verso la zona francese di Vienna, verso l'indistinto futuro.


"È un dramma del 1954 - ci racconta Renato Baldi - Ha momenti toccanti, come quello del pianoforte, ed è colmo di messaggi sulla guerra, sul bisogno, sulle donne. È intenso, al di là del bene e del male. Abbiamo scelto una scenografia minimalista con qualcosa di Biedermeier e pochi giochi di luce e di colori".

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