Scandalo sotto la piramide

Jean-Luc Martinez, ex patrone del Louvre, è sospettato di traffico di antichità. Imbarazzo di Macron

Scandalo sotto la piramide

A molti, a Parigi, Jean-Luc Martinez non piaceva. Sgradito quel suo essere fuori dagli schemi. Ma chi avrebbe potuto immaginare che l'ex patron de Louvre, 58 anni, poi ambasciatore per la cooperazione internazionale e membro dell'Alleanza per la protezione del patrimonio nelle zone di conflitto fosse sospettato di traffico di antichità dal Medio oriente a New York? Invece, eccolo: costretto a presentarsi lunedì presso l'Ufficio centrale di lotta contro il traffico di beni culturali (OCBC) della Ville Lumière e poi iscritto nel registro degli indagati per "riciclaggio e complicità in truffa in banda organizzata".

Rilasciato mercoledì sera, è sotto controllo giudiziario. Al centro dell'indagine c'è una stele di granito rosa, monumentale, intatta, con il sigillo reale di Tutankhamon, l'undicesimo faraone della XVIII dinastia dell'antico Egitto; acquistata dal Louvre Abu Dhabi nel 2016 con altre 4 opere: 15,2 milioni di euro col via libera dell'allora N.1 del museo parigino. Nel 2016, il Louvre aveva acquisito diverse antichità egizie, secondo Le Canard enchaîné. Finché nel 2018 viene aperta un'istruttoria volta a stabilire se tali antichità, come altre decine, non fossero state in realtà saccheggiate e rivendute grazie a certificati falsi.

Per i giudici la provenienza della stele è stata "ritoccata", manomessa dall'esperto d'arte Christophe Kunicki e dal mercante Roben Dib. Ma bisogna riavvolgere il nastro al 2017, quando Kunicki, che lavorava allora per la casa d'aste Bergé & Associés, attira per la prima volta l'attenzione della polizia, per la vendita al Metropolitan di New York del sarcofago del sacerdote Nedjemankh: costo 3,5 milioni. L'opera è il pezzo forte di una mostra nella Grande Mela. Mezzo milione di visitatori in sei mesi, finché il sarcofago non viene restituito al Cairo, nel 2019, con tanto di scuse del presidente del MET Daniel Weiss: giudicato reperto rubato. Kunicki spiega alla polizia che il sarcofago aveva lasciato il Paese legalmente nel 1971; data (poi certificata artefatta) precedente alla legge 117 del 1983 sulla tutela delle antichità. È qui che la polizia comincia a risalire la catena, dal sarcofago trafugato nell'area di Minya durante la rivoluzione 2011 a percorsi sommersi che portano cimeli e opere d'arte a Parigi.

Emerge un "sistema", con cui spregiudicati trafficanti hanno depredato Stati alle prese con le Primavere arabe. Egitto, Libia, Siria, Yemen; rivendendo poi i "pezzi" a privati e musei. Ora bisognerà capire quanto l'ex vertice de Louvre fosse consapevole delle "triangolazioni" illecite. Se Martinez, a capo del museo per otto anni (2013-2021) abbia "chiuso gli occhi" pur di accaparrarsi i tesori. O se è stato solo colpito dalla "maledizione di Tutankhamon". Per Le Monde, era la galleria di Amburgo "Dionysos" gestita da Dib, il tedesco-libanese estradato in Francia e incarcerato il 14 marzo, a rifornire le aste di Kunicki "da dieci anni". Proprio Kunicki propose nel 2016 la stele di Tutankhamon al Louvre Abu Dhabi.

Lo scandalo si allarga alla "Piramide" francese. Ascoltati anche Vincent Rondot, direttore dell'area antichità egizie del Louvre, e Olivier Perdu, titolare di cattedra al College de France. Loro rilasciati, Martinez indagato.

E con Emmanuel Macron in forte imbarazzo: un anno fa scelse lui Laurence des Cars per sostituire Martinez. Ma la prima donna a guida del museo, nell'insediamento, elogiò proprio "l'internazionalizzazione" curata dal predecessore.

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