Amnesty vede l'odio dove non c'è (pur di attaccare il centrodestra)

Pubblicato il rapporto 2016/2017 con un richiamo al barometro dell'odio in vista delle elezioni. Gasparri: "Amnesty International politicamente schierata"

Amnesty vede l'odio dove non c'è (pur di attaccare il centrodestra)

Amnesty International vede l'odio anche dove non c'è. E entra a gamba tesa in campagna elettorale con un'iniziativa di dubbia metodologia scientifica ma dal forte impatto mediatico: "L'Italia è intrisa di ostilità e razzismo", si legge nel rapporto 2017-2018 pubblicato in Italia da Infinito Edizioni. E chi sarebbero i seminatori di rancore? Ovviamente i politici di centrodestra.

Per dire che "la fabbrica della paura che produce odio ha fatto breccia in modo evidente anche in Italia", l'Ong ha ideato il "barometro", ovvero uno strumento che vorrebbe misurare la quantità di messaggi negativi lanciati da tutti i 1.427 candidati alla Camera e al Senato durante la campagna elettorale (con un focus speciale sui 17 leader). A controllare i social network e selezionare le frasi considerate razziste, omofobe e xenofobe sono attivisti dell'organizzazione. I quali passeranno molto del loro tempo su Facebook e Twitter fino al 2 marzo per cogliere in castagna il Salvini o la Meloni di turno.

A leggere il rapporto di Amnesty International l'Italia appare sull'orlo di diventare il Quinto Reich del disprezzo. Per l'Ong il Belpaese è carico di "ostilità, razzismo, xenofobia" tanto che "sembra concentrare più di altri Paesi europei le dinamiche di tendenza all'odio". E se ci si ferma a quanto scritto sulla pagina del barometro i dati appaiono schiaccianti: il 95% delle dichiarazioni che "veicolano stereotipi” e che “sono discriminatorie”, infatti, è attribuito ai partiti di centrodestra.

Ma visto che è la stessa Ong a sottolineare che "le parole sono importanti", forse sarebbe bene ricordarsi che altrettanto lo sono i numeri. Perché sembra difficile giustificare l'allarme quando il barometro tanto decantato si basa su un numero molto limitato di fatti. Proveremo a spiegarci meglio. Le frasi di avversione allo straniero registrate sui social fino ad oggi e attribuite ai politici sono appena 222. A queste vanno aggiunte altre 16 dichiarazioni "islamofobe" e solo dieci sulla discriminazione di genere. In totale fanno 248 frasi. Non proprio il Mein Kampf.

Non solo. Prima di prender per buoni i numeri ci siamo chiesti: quando è che una dichiarazione viene considerata razzista? E chi lo decide? Il barometro dice di richiamarsi "all'articolo 20 del Patto internazionale sui diritti civili e politici delle Nazioni Unite, che fa riferimento a 'qualsiasi appello all’odio nazionale, razziale o religioso che costituisce incitamento alla discriminazione, all’ostilità o alla violenza'". Molto bene. Vi direte: quali sono le frasi incriminate uscite - per esempio - dalla bocca di Salvini? Impossibile saperlo, visto che verranno rese note solo "nel rapporto finale" a urne chiuse.

E già qui uno potrebbe obiettare: perché gettare in pasto alla stampa una ricerca non ancora conclusa e senza permettere a chi la legge di farsi un'idea completa del fenomeno? Anche perché le uniche due citazioni portate ad esempio tutto sembrano tranne che incitamento all'odio. Eccone una del leader della Lega di febbraio: "Anziani costretti a rovistare negli scarti del mercato, clandestini protestano perché non gradiscono il cibo...!". E un'altra di Silvio Berlusconi, datata 19 febbraio: "Qualunque persona responsabile si rende conto che 600mila persone che vivono ai margini della società, di elemosina o di piccola criminalità, sono una bomba sociale pronta a esplodere, un dramma che colpisce soprattutto gli italiani più deboli".

Ci sia concesso dire che in nessuna delle due frasi notiamo riferimenti xenofobi. Non è allora che ad essere faziosa sarà la ricerca di Amnesty International? Per dire, come mai il barometro non registra le tante minacce rivolte da antagonisti e centri sociali ai militanti dei partiti di centrodestra, oppure le ingiuriose scritte contro i martiri delle foibe?

La risposta, forse, è tutta nelle parole di

Gianni Rufini, direttore di Amnesty International Italia: "Abbiamo deciso di scendere in campo per combattere contro l'odio". Ecco: scendere in campo. O forse dovremmo dire nell'agone politico, contro il centrodestra.

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