Btp e caro-mutui, ecco i danni dei falchi

L'Antitrust bacchetta le banche: "Alzate la remunerazione dei conti correnti"

Btp e caro-mutui, ecco i danni dei falchi
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Il fenomeno al quale stiamo assistendo in questi mesi, ossia aumento dei tassi e livello di inflazione ancora elevato, è solo un antipasto di ciò che ci attende nei prossimi mesi. Eppure, ciò che ci stiamo lasciando alle spalle è ugualmente preoccupante. «L'inflazione grava più sulle famiglie è la tassa più odiosa colpisce i bisognosi più dei ricchi, riduce il valore dei risparmi e pesa particolarmente sui lavoratori a reddito fisso», ha ricordato ieri il presidente dell'Antitrust Roberto Rustichelli (in foto) nella relazione 2022. «Per il 20% delle famiglie meno abbienti - ha aggiunto - l'inflazione effettiva arriva a essere quasi il doppio di quella delle famiglie più ricche». «Durante il 2022 oltre la metà delle famiglie ha eroso i propri risparmi». Dunque, l'8,1% medio di carovita dell'anno scorso è pesato al 15-16% per alcuni mentre i tassi già veleggiavano al 2%.

E oggi, che sono già al 4% e saliranno ancora, cosa accadrà? Osserviamo la situazione dal ponte di controllo di una banca. Il primo effetto, infatti, non è il beneficio che deriva dal contestuale aumento dei tassi sui prestiti. Il primo effetto, infatti, è una svalutazione dei titoli obbligazionari in portafoglio, a partire da quelli di Stato. I loro prezzi scendono perché i rendimenti offerti diventano inferiori a quelli ottenibili sul mercato. Si calcola che il rialzo dei tassi dal gennaio 2022 abbia prodotto nel sistema bancario una svalutazione dei titoli nell'ordine di 1.700 miliardi di dollari. Questa svalutazione (unita all'obbligo di remunerare maggiormente i depositi per non perdere la raccolta) aumenta la prudenza nella concessione di nuovo credito. Per imprese e privati diventa così più difficile finanziarsi.

Che cosa accade, invece, a famiglie e imprese? Che i mutui costano di più. Le rate dei nuovi mutui a tasso fisso sono destinate a raddoppiare nel corso del 2023, mentre quelle dei mutui a tasso variabile dovrebbero salire del 55-65%. Per un mutuo a tasso fisso da 200.000 euro di 25 anni (il tasso medio applicato dalle banche potrebbe essere superiore al 6%), la rata mensile sarà di 1.304 euro. Per un prestito da 100.000 euro, sempre di 25 anni, col tasso al 5,3%, la rata mensile sarà, invece, di 609 euro. Le rate dei vecchi mutui a tasso variabile sono invece cresciute in media del 70-75%. È quanto ha osservato la Fabi, il principale sindacato bancario italiano. Questo significa che chi pagava una rata di circa 500 euro al mese, oggi paga 875 euro. Sulle imprese questo fenomeno è ancora meno visibile perché beneficiano di un contesto macroeconomico favorevole a livello di ricavi (che diminuiscono la necessità di cassa) e anche della liquidità accumulata in pandemia e ancora non investita del tutto.

Questa situazione deprimerà il quadro congiunturale.

Una indagine Legacoop-Ipsos pubblicata ieri evidenzia che il 73% degli intervistati ritiene che l'aumento dei tassi di interesse sta frenando l'economia delle famiglie e il 66% degli italiani prevede effetti negativi sul mercato immobiliare (i prezzi visto il costo dei mutui dovranno per forza calare se si vuole vendere). Il 49% degli italiani ha già fatto rinunce. Il risultato? Recessione. Non ora. Probabilmente nel 2024, in scia a Usa ed Eurolandia, il cui Pil è atteso arretrare tra l'1 e il 2% annuo.

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