Modi vince ma senza plebiscito. Non cambierà la Costituzione

Il premier ancora al governo per il terzo mandato, fallisce però il progetto di riformare la Carta. E a luglio sarà in Italia per il G7

Modi vince ma senza plebiscito. Non cambierà la Costituzione
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Il premier, Narendra Modi, ha vinto le elezioni, ma non stravinto come avrebbe voluto per cambiare la Costituzione e lanciare la «Grande India». Però il terzo mandato, dopo dieci anni al potere, è certo. Un successo storico ottenuto solo da Jawaharlal Nehru, il padre della nazione. Giorgia Meloni, che ha riannodato i rapporti con l'India dopo la «stagione dei marò», accoglierà Modi, come ospite di rilievo, al G7 di luglio in Puglia.

«La gente ha riposto la propria fiducia nell'Alleanza Nazionale Democratica, per la terza volta consecutiva! Si tratta di un'impresa storica». Così il primo ministro uscente indiano Modi rivendica in un post su X la vittoria della coalizione governativa alle recenti elezioni. In realtà lascia l'amaro in bocca: il suo partito, Bharatiya Janata Party (Bjp), non ha sfondato come prevedevano i sondaggi ed è è al limite dell'obiettivo della maggioranza assoluta di 272 seggi. I conteggi definitivi sono ancora in corso, dopo un'elezione Mammut, iniziata in aprile, con 642 milioni di persone alle urne. Il Bjp rimane il primo partito e si attesterà fra i 238 e 245 seggi, ma con la coalizione che lo sostiene è garantita la maggioranza. Nel 2019 il suo partito, da solo, aveva raggiunto i 303 seggi e puntava ad ottenerne fra i 320 e 330.

«La democrazia indiana è viva, sana e funzionante. Alla faccia di chi parlava di dittatura come l'opposizione», commenta Vas Shenoy rappresentante nel nostro paese della Camera di commercio indiana. E aggiunge: «Modi voleva 400 seggi per cambiare la Costituzione, ma continuerà a governare per cinque anni». Nelle elezioni recenti aveva la maggioranza assoluta e adesso dipenderà di più dagli alleati. Al 95% di schede scrutinate il partito di Modi contava sul 36,9% di voti. La coalizione del governo uscente è in testa con 292 seggi su 543, ma «gli alleati faranno sentire il loro peso sia per la formazione dell'esecutivo che nel programma di governo», spiega Milan Vaishnav, analista del centro studi Carnegie Endowment for International Peace.

Il progetto della «Grande India» sognato dalla maggioranza indù, con il ritorno all'antico nome sanscrito del paese, Bharat, dovrà attendere o rallenterà con il partito di Modi in flessione.

L'opposizione, data per spacciata, è risorta ottenendo un buon risultato. Il principale partito, il Congress della «dinastia» Gandhi, sta quasi raddoppiando i seggi in Parlamento. Al momento potrebbe ottenerne 99 rispetto ai 52 del 2019. «Gli elettori hanno punito il Bjp», ha detto ai giornalisti Raul Gandhi, nipote di Indira, «ero fiducioso che la gente di questo Paese avrebbe dato la risposta giusta».

Il feeling nato fra Giorgia Meloni e Modi continuerà a favorire i rapporti con l'Italia. Il 29 maggio il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge di ratifica ed esecuzione dell'accordo nel settore della difesa, siglato il 9 ottobre. La stretta cooperazione comprende anche l'intelligence.

Meloni guarda con grande interesse al Corridoio economico tra India ed Europa attraverso il Medio Oriente (Imec), firmato al G20 a Delhi alternativa alla via della Seta cinese. Si calcola che il progetto, ribattezzato «via del cotone», possa incrementare del 40% il commercio fra India ed Europa. Non a caso Modi sarà ospite d'onore al G7 sotto la presidenza italiana.

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