La rivolta dei governatori del Nord: pronti allo scontro con Roma

Prosegue il braccio di ferro su quando e come entrare nella fase 2. I governatori del Nord si sentono abbandonati dall'esecutivo

La rivolta dei governatori del Nord: pronti allo scontro con Roma

Nuove scintille tra i governatori del Nord Italia e Roma. Oggetto della contesa: la gestione della pandemia provocata dal nuovo coronavirus.

Se in un primo momento il governo aveva attaccato le regioni settentrionali, su tutte la Lombardia, per alcune presunte inefficienze relative alla fase 1 dell'emergenza, adesso il fronte dello scontro si è spostato sulla fase 2. Prosegue, insomma, il braccio di ferro su quando e come entrare nel secondo step del programma stilato da Palazzo Chigi: quello in cui gli italiani dovranno imparare a convivere con il virus.

Il Nord vuole ripartire tassativamente il 4 maggio, come previsto dal calendario, mentre l'esecutivo tentenna. Il governatore della Lombardia, Attilio Fontana, non ha alcuna intenzione di cedere e pensa già a una ''ripresa graduale, regolata dalle 4d: istanza, dispositivi, digitalizzazione e diagnosi''. Il piano illustrato nei giorni scorsi prevede uno scaglionamento del lavoro su sette giorni anziché cinque, con misure di sicurezza per i lavoratori e con orari differenti ''per evitare che ci sia un eccessivo utilizzo dei mezzi pubblici in determinate ore".

Ripartire con un piano ben preciso. È questa, insomma, la tesi sposata dai governatori del Nord che non piace a Roma. Il ministro degli Affari regionali, Francesco Boccia, è arrivato a definire gli annunci della Lombardia ''poco opportuni''. Più soft l'approccio del ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, che ha citato l'esperienza di alcuni Paesi ''che hanno riaperto in fretta e furia e ora sono di nuovo in lockdown''. Il ritornello che arriva dal governo è sempre lo stesso: cautela. Anche se sul tavolo non vi è alcun piano.

Il braccio di ferro continua

Appurato che lo strumento del lockdown non può proseguire all'infinito, il Nord è pronto a offrire un piano all'Italia. Proprio quello che non ha il governo giallorosso. Eppure, da Roma, ripetono da settimane che ''siamo ancora dentro l'emergenza''. In un'intervista rilasciata al Corriere della Sera, Boccia aveva risposto così ai governatori regionali del Nord: "I presidenti che vogliono riaprire se ne assumono la responsabilità, come ho detto a Fugatti che guida la Provincia di Trento e vuole sbloccare alcuni cantieri. Non è meglio aspettare la valutazione sulle classi di rischio di ciascun lavoratore, pronta fra sei o sette giorni? Perché partire prima, rischiando che si accenda un focolaio? Consiglio di seguire le linee della comunità scientifica e le scelte del governo. Zaia avrà fatto le sue valutazioni sulla base dei contagi, ma io penso che se qualche presidente di Regione apre i cantieri senza aspettare le classificazioni di rischio dell'Inail si assume la responsabilità delle forzature".

Insomma, guai a parlare di normalità e guai a pianificare un graduale ritorno a una sorta di normalità, perché parlare di normalità ''vuol dire illudere la gente'', chiosa Boccia. Di fronte a un atteggiamento del genere c'è chi inizia a perdere la pazienza. Massimiliano Fedriga (Friuli Venezia Giulia), Maurizio Fugatti (Trentino) e Arno Kompatscher (Bolzano-Alto Adige) lo hanno fatto presente al ministro Boccia.

Come sottolinea il quotidiano Libero, ballano centinaia di milioni che queste tre regioni potrebbero pensare di trattenere per far ripartire il territorio anziché restituire a Roma. Stiamo parlando dei 476 milioni di euro di Trentino e Alto Adige e dei 726 milioni del Friuli-Venezia Giulia. In aggiunta al tesoretto del prossimo anno, il totale sale a 3 miliardi e 356 milioni di euro.

La sensazione è che se Roma continuerà a non aiuterà il Nord, le regioni del Nord potrebbero anche pensare di

trattenere una percentuale delle decine di miliardi di residuo fiscale che lo Stato, ogni anno, incassa dalle tanto bistrattate regioni nordiche. Lo scontro continua, in attesa che l'esecutivo faccia chiarezza.

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