A Taiwan la guerra dei ravioli. La resa di Apple al Dragone

Il viceministro degli Esteri cinese rivendica l'isola sulla base dei ristoranti. La "Mela" elimina "made in Taipei"

A Taiwan la guerra dei ravioli. La resa di Apple al Dragone

Le grandi manovre di Pechino intorno a Taiwan non si fermano, ma a far girare il pallottoliere delle virtuali conquiste non sono per ora né gli aerei, né le navi, né i missili, ma i ristoranti di ravioli. Così almeno sembra pensarla il viceministro degli Esteri di Pechino Hua Chunying pronto a rivendicare la sovranità dell'isola basandosi sul numero dei ristoranti che servono prodotti gastronomici tipici delle provincie continentali. «Le mappe Baidu (il Google cinese, ndr) mostrano che a Taipei ci sono 38 ristoranti di ravioli dello Shandong e 67 ristoranti di noodle dello Shanxi - nota su Twitter il viceministro concludendo che - i palati non tradiscono... Taiwan ha sempre fatto parte della Cina. Il bambino perduto da tempo alla fine tornerà a casa».

Un po' come se la Farnesina se ne uscisse rivendicando, guida Michelin alla mano, l'italianità dei luoghi dove si mangiano pizza e spaghetti. E in effetti la castroneria del vice ministro cinese si è ben presto rivelata un autogol innescando centinaia di sarcastici cinguettii. «Ci sono oltre 100 ristoranti di ramen a Taipei, quindi Taiwan fa sicuramente parte del Giappone» ha replicato l'utente Marco Chu. «Google Maps mostra che ci sono 17 McDonald's, 18 Kfc, 19 Burger King e 19 Starbucks a Pechino. I palati non tradiscono. La Cina è sempre stata una parte dell'America. Il bambino perduto da tempo alla fine tornerà a casa» ha risposto un tale plasticreceiver. L'ex portavoce del Pentagono Morgan Ortagus ha invece osservato che «ci sono oltre 8.500 ristoranti Kfc (Kentucky fried chicken, ndr) in Cina. I palati non tradiscono. La Cina è sempre stata una parte del Kentucky. Il bambino perduto da tempo alla fine tornerà a casa».

Ma se la propaganda cinese non sembra troppo in forma neppure la fermezza degli «alleati» americani appare in grande spolvero. I primi ad alzare bandiera bianca nel nome dell'interesse e degli utili sono i vertici della Apple, azienda simbolo della tecnologia statunitense nel mondo. Preoccupati di dover rinviare il lancio dell'iPhone 14 in seguito alle difficoltà frapposte da Pechino all'importazione da Taiwan dei microchip indispensabili per l'assemblaggio del telefonino negli stabilimenti cinesi i capi della Apple hanno già calato le braghe. Una circolare inoltrata a tutti i fornitori di microchip taiwanesi impone di menzionare con la scritta «made in Taiwan, China» o «made in Taipei, China» la provenienza dalla «Cina» di qualsiasi chip o componente destinato alla produzione di telefonini o altri prodotti Apple. Fonti della testata giapponese Nikkei Asia rivelano che la richiesta è partita venerdì 5 agosto nel rispetto della legge di Pechino che vieta l'ingresso di prodotti etichettati come «made in Taiwan» o «made in Republic of China», nome ufficiale del governo non riconosciuto di Taipei. La legge, risalente al 2015, non è mai stata fatta rispettare dalle dogane cinesi, ma la visita del presidente della Camera Nancy Pelosi ha cambiato le carte in tavola. I primi rigorosi controlli sono iniziati già giovedì scorso quando alcune forniture di componenti provenienti da Taiwan e dirette agli stabilimenti cinesi dove si assembla l'iPhone sono state esaminate per verificare che la dichiarazione di importazione e i cartoni dei prodotti elettronici non fossero etichettati come provenienti da Taiwan. Da lì la remissiva reazione del gigante americano pronto ad accettare le imposizioni di Pechino pur di evitare tensioni e interruzioni nell'approvvigionamento di chip.

Una reazione che non mancherà di alimentare l'arroganza di Pechino consapevole di come la politica degli Stati Uniti sia molto spesso allineata agli interessi dei propri colossi industriali. Non a caso, ieri, i comandi militari cinesi hanno annunciato il prolungamento delle manovre militari intorno a Taiwan la cui conclusione era inizialmente prevista per domenica sera.

Stando a Taiwan soltanto ieri nella zona circostante l'isola sono stati rilevati 39 aerei e 13 navi di Pechino. Tra i caccia, 21 (inclusi otto SU-30 e sei J-11) hanno sorvolato la parte orientale dello Stretto di Taiwan e la zona a sudovest dello spazio aereo di difesa.

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