Il ritorno di Scalfaro fra Belzebù e Pannella

L’ex capo dello Stato «arbitra» il duello del Senato, fa espellere il leader radicale e si toglie qualche sassolino dalle scarpe

Alessandro M. Caprettini

da Roma

Ma quale prima Repubblica!? Quel che è riemerso ieri dal malmostoso pancione dell’aula di Palazzo Madama è semmai la storia d’Italia con la S maiuscola. Da Ponzio Pilato ai Giuda Iscariota, dai Belzebù alle liti tra guelfi e ghibellini, fino all’attacco a Porta Pia, alle reminiscenze resistenziali, ai cavillosi dubbi tipici della nostra disastrata giustizia. Tutto in meno di 24 ore convulse, con un protagonista in assoluto alla sua rentrée: Oscar Luigi Scalfaro.
Pur votando alla faccia di Castelli che esigeva la sua «terzietà» garantista non in quanto presidente della seduta, ma in veste di ex-capo dello Stato, il magistrato novarese - che ha difeso la sua scelta ricordando i voti espressi in analoghe occasioni da Taviani e De Martino - stavolta non se l’è sentita di calare la spada di Brenno sul centro-destra. Franco-Francesco, troppo evidente sposarne l’affinità senza dover passare agli occhi dei giusti come un tiranno di parte. Forse perché si è sentito inquadrato da mille telecamere, stavolta Scalfaro s’è tirato indietro rispetto a un giudizio che, per restare ai precedenti da lui evocati, De Martino dette: favorendo Scognamiglio nella tenzone con Spadolini. Ha preferito lavarsene le mani , l’ex-presidente. Non ha osato pronunciare ancora il fatidico «non ci sto», ma si è rifugiato come Pilato dietro l’impossibilità di dare «consigli e suggerimenti», essendo dotato di solo «potere di lettura». Forse a quasi 88 anni suonati - li compirà a settembre - avrà avuto timore di mostrarsi empio. Forse avrà sentito risuonare nelle orecchie quel che proprio Andreotti andò a dirgli quando, a maggio ’92, era stato appena eletto capo dello Stato bruciando in tromba il divo Giulio e Forlani: «Sappi che pregherò per te. Ma a darti la grazia di stato ci dovrà pensare qualcuno che sta più in alto di me...».
E allora perché inimicarsi la volpe Belzebù, quando già devi fare i conti col tuo passato? Perché avventurarsi con la scure sul nodo Franco-Francesco sapendo che non potrebbe che causarti critiche e maledizioni? Anche perché Scalfaro un paio di macignetti dalle scarpe aveva già pensato bene di levarseli, fingendo ecumenismo. Aveva ricordato e onorato sì gli ultimi morti di Nassirya, ma provvedendo a condire la commemorazione con un esplicito richiamo all’articolo 11 della Costituzione: quello per il quale «l’Italia ripudia la guerra». E proprio sul sacro testo era intervenuto poi accorato. Come ci si doveva aspettare da uno dei costituenti ma soprattutto da un promotore del «no» nel referendum di fine giugno sul cambio delle regole. E assieme a tutto questo metteteci pure l’espulsione di Pannella - quarto dei protagonisti di ieri assieme a Scalfaro, Andreotti e Marini (gerontocrazia al potere) - dal palco del pubblico. Certo, è vero che proprio il leader radicale l’aveva imposto al riluttante e già semi-incarcerato centro-sinistra del ’92, esaltandolo come «il Pertini cattolico». Ma forse il cartellino rosso - che ci stava - lo ha estratto con un pizzico di gusto, visto che Pannella, oltre a rappresentare oggi l’Antivaticano colla sua Rosa nel pugno, era quello che nel non lontano ’96 strillava assieme al Polo, da Giuda, che se c’era uno che doveva fare un passo indietro era «Scalfaro per le sue continue violazioni alla Costituzione».

Si chiudeva, con la notte che calava e con il riemergere delle proteste per un inatteso nuovo rinvio del voto da lui deciso, la rappresentazione d’antan che ha fatto fremere tanti. Con un dubbio che restava sul tappeto: siamo alla fine del principio o piuttosto al principio della fine?

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