"Cosa vuoi? Cocaina... eroina...". Nella tendopoli dei pusher si spaccia h24

A San Lorenzo è tornata la tendopoli dello spaccio. Non facciamo in tempo ad avvicinarci che veniamo subito interpellate. “Che vi serve?”, ci chiede un nordafricano. Il menu prevede hashish, fumo, cocaina ed eroina. “Tutta roba buona”, ci tiene a specificare

"Cosa vuoi? Cocaina... eroina...". Nella tendopoli dei pusher si spaccia h24

Un telo di nylon separa l’al di là dall’al di qua. Fuori c’è il traffico che scorre su via Tiburtina, i negozi ed i pendolari che si avviano verso la stazione Termini. Dentro c’è una specie di tugurio infernale, tende, giacigli ed effetti personali sparsi alla rinfusa.

Siamo sempre a ridosso delle Mura Aureliane e di Porta Tiburtina. A poche decine di metri dal luogo in cui vi abbiamo portato con le nostre telecamere la scorsa primavera. Anche all’epoca c’era un accampamento. Una tendopoli frequentata da pusher e tossicodipendenti, sgomberata a settembre. Pochi mesi dopo rieccoci qui, di fronte allo stesso degrado e alla stessa disperazione. Tutto sembra tornato come prima.

Non facciamo in tempo ad avvicinarci che veniamo subito abbordate. “Che vi serve?”, ci chiede un nordafricano. “Cosa hai?”, gli rispondiamo colte alla sprovvista. Il menu prevede hashish, marijuana, cocaina ed eroina. “Tutta roba buona”, ci tiene a specificare. “Cocaina”, diciamo scegliendo a caso dall’elenco. “Ok, passate tra un’ora che adesso non c’è”. Seguiamo le istruzioni e decidiamo di ingannare il tempo facendoci due passi nel quartiere.

San Lorenzo la piaga della droga la conosce bene. Due anni fa, in un vecchio rudere adibito a crack house, si è spenta Desirée Mariottini. Chissà cosa ne pensano i residenti della situazione? “Cosa ne penso? Che è una vergogna”, ci dice un anziano che incontriamo al parco. “Quella baraccopoli è stata sgomberata poco tempo fa, adesso siamo di nuovo al punto di partenza”. Non è il solo ad essere sconfortato. Una commerciante che vuole rimanere anonima si sfoga: “Di lì non si può più passare, provano a rifilarti tutti i tipi di droga, a tutte le ore”.

Quando cala la sera poi la zona si trasforma in un luogo spettrale. “Io me ne sto barricata in negozio e più di tanto non mi danno fastidio, però quando devo abbassare la serranda non vi nascondo che c’è un filo di inquietudine”. Il coprifuoco qui non inizia alle ventidue. “Per noi il lockdown inizia alle diciotto, le insegne si spengono, la strada è buia e i balordi a piede libero fanno il bello e il cattivo tempo”.

La convivenza tra gli inquilini della nuova baraccopoli è spesso scandita da risse e litigi. “Li sentiamo schiamazzare, litigano, si picchiano. È una situazione insostenibile, ma a cosa serve denunciare? La polizia sa benissimo cosa accade lì dentro ma a quanto pare non può farci nulla”, conclude la donna allargando le braccia. Il nostro tempo è scaduto. Ci facciamo coraggio e torniamo indietro per concludere l’acquisto.

La favela è in piena attività. C’è chi dirige i lavori, chi li esegue e chi attende per acquistare qualche dose. Il capo è un magrebino. Lo vediamo appena. La sua voce risuona da dentro una tenda gialla. Parla metà in arabo metà in italiano. Il tono è perentorio. Gli altri, un gruppetto di cinque persone, seguono le sue indicazioni. “Andate lì e aspettate”. Ci mettiamo in fila. Accanto a noi ci sono un paio di persone che si stanno già facendo. Più in là un uomo sta tagliano la nostra dose. Tutto si svolge alla luce del sole, attorno alle cinque del pomeriggio.

Cinque minuti, forse meno, e ce la mette in mano. È stato facile. Fin troppo facile.

Così facile che avrebbe potuto farlo un ragazzino. Ci abbiamo riflettuto noi, e ci riflettono ogni giorno i residenti: “Ci sono tanti ragazzi che si riforniscono lì, li vediamo andare e venire, è una cosa che fa male al cuore. Come si può tollerare una cosa simile?”.

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