Così dalla guerra "prussiana" si arrivò alla furia di Hitler

Il saggio del 1941 sullo Stato maggiore germanico di Canevari riflette un modo di pensare la storia tedesca

Così dalla guerra "prussiana" si arrivò alla furia di Hitler

Carl von Clausewitz il generale prussiano che ai tempi di Federico Guglielmo III compilò il celebre trattato Della guerra poi divenuto un classico sosteneva che la guerra non fosse altro che la continuazione della politica con altri mezzi. Con questa battuta, probabilmente, intendeva solo richiamare l'attenzione sul rapporto fra esercito e istituzioni civili. All'epoca in cui von Clausewitz scriveva era convinzione largamente diffusa nei regimi monarchici e autocratici del tempo che la guerra dovesse «essere esercitata soltanto come un mestiere» e che l'esercito dovesse «essere considerato come un mero strumento dell'arte dello Stato da adoperare con la massima cautela». Questa visione sarebbe stata ribaltata nel XX secolo quando il generale Ludendorff giunse a sostenere che «la politica dev'essere al servizio della guerra». Eppure, per molto tempo, di questo capovolgimento di visione non si ebbe percezione.

Il rapporto tra militarismo e politica o, per meglio dire, il peso del ceto militare nella storia della Germania contemporanea divenne presto un problema storiografico. All'indomani della Seconda guerra mondiale questo rapporto fu enfatizzato per individuare un nesso di continuità fra militarismo prussiano e nazionalsocialismo. Nel 1946, per esempio, uno studioso liberale come Friedrich Meinecke, il grande storico dell'idea della «ragion di Stato» e delle origini e dello sviluppo dello «storicismo», parlò esplicitamente della «collusione fra militarismo e hitlerismo» come di una delle ragioni del trionfo del nazionalsocialismo. Naturalmente, come è stato sottolineato dalla storiografia successiva, un discorso di questo genere, come del resto tutte le analisi che chiamano in causa il «carattere» del popolo tedesco, è unilaterale e incapace di fornire una razionale e convincente spiegazione dei fatti.

È indubbio, però, che alle origini del militarismo tedesco e del mito dell'esercito vi siano proprio la creazione dello Stato-caserma degli Hoenzollern e la figura del Grande Elettore Federico Guglielmo I. In seguito Federico Guglielmo IV avrebbe osservato che l'esercito doveva essere «il solido pilastro su cui poggia la monarchia» e, ancor più avanti, il generale Helmut von Moltke avrebbe aggiunto, con sottile dispregio per la politica, che «i diplomatici ci mettono solo nei guai, ma i generali ci salvano sempre». Poi c'erano state l'unificazione della Germania e la creazione del Reich guglielmino, i sogni imperialistici, l'umiliazione della sconfitta nella Prima guerra mondiale, la stagione di Weimar, i torbidi del dopoguerra e l'ascesa di Hitler. Chi ha, meglio di altri, analizzato ascesa, trionfo e caduta del ceto militare, prussiano prima e tedesco poi, è stato lo storico scozzese-americano Gordon A. Craig autore di una splendida opera intitolata Il potere delle armi che sottolinea come, con l'avvento di Hitler, i militari tedeschi e, in particolare gli ufficiali avessero finito per perdere la propria identità e obbedire «anche ad ordini che violavano le loro tradizioni storiche, la loro lucidità politica e militare e il loro codice d'onore».

A sostenere, ovviamente da ben altro punto di vista, la tesi della unitarietà della storia tedesca e della continuità fra prussianesimo e nazionalsocialismo è gran parte di quella letteratura, prevalentemente di taglio propagandistico e apologetico, che intendeva esaltare il regime nazista e il suo capo. Un esempio tipico di questa produzione è il volume di Emilio Canevari su Lo Stato Maggiore germanico da Federico il Grande a Hitler pubblicato da Mondadori nel 1941, in pieno conflitto, e ora riproposto, con un titolo per la verità non troppo felice, come Guerra! Lo Stato Maggiore germanico da Federico il Grande a Hitler (pagg. 238, euro 20) dalle edizioni Oaks che lo hanno fatto precedere da una breve nota di Piero Visani. La cornice interpretativa dalla quale muove l'autore è l'idea che la storia della Germania moderna si identifichi con una sola «rivoluzione» articolata in tre fasi: la Riforma che avrebbe «germanizzato» il cristianesimo «rendendolo più consono ai tedeschi»; il Romanticismo sublimato dalla reazione antinapoleonica e infine il nazionalsocialismo che avrebbe esaltato e sviluppato idee direttrici più «intimamente tedesche, legate alle più profonde fibre dell'essenza germanica». Un'idea, questa, della continuità della storia germanica ispirata da una visione «storicistica» o «idealistica» della storia, da una «filosofia della storia» cioè uguale e di segno contrario a quella sopra richiamata di molta letteratura storiografica postbellica, ma, come questa, inadatta a spiegare, in termini di ricostruzione dei fatti e non sulla base di considerazioni filosofiche, la complessità dei fenomeni storici. Va subito precisato che il volume di Canevari sullo Stato Maggiore germanico non è certo uno dei suoi lavori migliori, imbevuto com'è di ammirazione per Hitler e viziato nell'analisi e nelle conclusioni dalla certezza della vittoria dei tedeschi, tant'è che lo stesso curatore non può fare a meno di cogliervi alcuni «accenti assai forzati e sgradevoli» a cominciare da un ingiustificabile e «marcato antisemitismo». Tuttavia, malgrado la presenza di tesi insostenibili e di affermazioni inaccettabili, il volume mantiene un certo interesse sia come documento e testimonianza di un clima sia come conferma del fatto che l'autore, il generale Emilio Canevari (1888-1966), fu un apprezzato conoscitore e studioso di storia militare e, in particolare, della dottrina strategica, prima, prussiana e, poi, tedesca. Legato all'ambiente del fascismo estremista di Roberto Farinacci, si era fatto conoscere come commentatore di questioni militari per il quotidiano Il Regime Fascista e per alcuni importanti lavori sull'impiego dell'aviazione militare oltre che per una biografia, scritta con Giovanni Comisso, del generale Tommaso Salsa.

Quando dette alle stampe il volume sullo Stato Maggiore germanico egli aveva da poco ultimato, insieme all'allora capo dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore Ambrogio Bollati, la traduzione del trattato di von Clausewitz sulla guerra: una traduzione, ancora oggi, di riferimento. La circostanza non è casuale perché il suo interesse per von Clausewitz era di antica data. Del resto il capitolo dedicato alla figura del generale e teorico prussiano è tra i migliori, come pure suggestivi sono i «medaglioni» dedicati a Hemut von Moltke o a Paul von Hindenburg. L'ombra di von Clausewitz e, con essa, l'dea di una eredità della «dottrina militare prussiana» percorre tutte le pagine del libro e porta l'autore, per amor di tesi, ad affermazioni insostenibili ovvero a reticenze incomprensibili come quelle sui contrasti tra Forze Armate e corpi militari creati dal nazionalsocialismo.

L'ammirazione per il pensiero militare germanico, da Clausewitz in poi come ricostruito nel volume, comportò, in seguito, una forte delusione per Canevari. Quando, sul finire del 1943, propose per l'esercito della neonata Rsi un modello di tipo prussiano, si scontrò subito con la diffidenza dei tedeschi e di Mussolini. E non se ne fece nulla.

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