L'imbarazzante silenzio su Buscaroli

Fu al Borghese con Leo Longanesi, al Giornale con Indro Montanelli e Vittorio Feltri. Ma la la piccineria del mondo intellettuale non gli ha mai perdonato le posizioni di estrema destra

L'imbarazzante silenzio su Buscaroli

Un paio di brevi e un fogliettone di trenta righe. Per la maggioranza dei giornali, la notizia della morte di Piero Buscaroli, avvenuta lunedì, è roba da poco, da nulla addirittura. Peccato che il Bach di Buscaroli, un successo sorprendente, sia finito negli Oscar Mondadori, fatto inconsueto per un serissimo saggio di 1216 pagine. Peccato che La morte di Mozart e Beethoven abbiano ottenuto un notevole riscontro e siano dibattuti dal giorno della loro uscita in libreria. Peccato che Buscaroli abbia fatto la storia del giornalismo, procedendo a caso fu al Borghese con Leo Longanesi, al Giornale con Indro Montanelli e Vittorio Feltri, diresse il Roma, fu inviato di guerra, raffinato cronista di costume sotto pseudonimo, critico musicale tra i più validi, battitore libero di sconfinate conoscenze, basti pensare alle pagine sui vandeani massacrati dai rivoluzionari. Peccato che Buscaroli abbia diretto alcune collane editoriali che ispirano tuttora editori blasonati. La raffinatissima «Torre d'avorio», curata per l'editore torinese Fògola, annoverava titoli come Dio è nato in esilio di Vintila Horia, un capolavoro, oppure le Lettere dalla Russia di Astolphe de Custine, un altro capolavoro, e poi: Curzio Malaparte, molto prima che tornasse di moda, Henry de Montherlant, la musica e i classici meno frequentati della letteratura italiana. Ci sono anche le collane curate per Rusconi e Mondadori, insieme con Paolo Isotta; la recente autobiografia in due volumi; l'insegnamento nei Conservatori. Si potrebbe proseguire ma ormai è chiaro: le posizioni politiche di estrema destra hanno fatto ombra ai libri di Piero Buscaroli, belli e mai ipocriti, costasse quello che costasse (tantissimo, ora è dimostrato). Naturalmente, si possono criticare le sue idee ma disconoscere il valore di ciò che ha fatto per la cultura italiana è indice della piccineria del mondo intellettuale, incapace di distinguere l'uomo dalle sue opere e di riconoscere i meriti del «nemico», soprattutto quando, come in questo caso, sono indiscutibili. Tempo fa capitò di leggere l'ampia recensione di una nuova edizione del libro di Astolphe de Custine. Buscaroli, che lo aveva scoperto e pubblicato, accompagnandolo con una prefazione straordinaria, neppure veniva nominato. Furbizia? Ignoranza? Difficile dire nel caso specifico.

È invece sicuro che certi intellettuali amano definire inesistente la cultura di destra. Prima però la saccheggiano, dopo averla scoperta con quarant'anni di ritardo; e per non farsi cogliere con le mani nel sacco, sbianchettano i nomi.

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