Partito comunista assolto (con voto bulgaro). Stalin e i fatti d'Ungheria contano poco

La giuria popolare scagiona il Pci guardando al "locale" e non al resto

Partito comunista assolto (con voto bulgaro). Stalin e i fatti d'Ungheria contano poco

Alla fine è andata come doveva andare. Con un bel 365 voti da una parte e 95 dall'altra, più una manciata di astenuti su un quorum totale di circa 500 votanti.

Con un risultato bulgaro del 73% a favore, il Pci, martedì sera, è stato assolto da qualunque colpa verso la storia. Per fortuna non risultano purghe verso il 19% di votanti che invece ha pensato che dall'appoggio a Stalin sino ai fatti di Ungheria e la vicinanza al Kgb qualche responsabilità bisognasse pur attribuirla a Togliatti e compagni. Per carità, quello andato in scena, come da tradizione, a San Mauro Pascoli è soltanto un giocoso processo alla storia che si ripete ogni 10 agosto. Però gli anni scorsi le giurie hanno mostrato un diverso livello di severità. Per intenderci l'anno scorso giudicando i Vitelloni raccontati da Fellini si è arrivati ad un inedito pareggio. Quindi ad essere un fatuo viveur degli anni Cinquanta che fa il gesto dell'ombrello ai lavoratori si finisce sul filo di lana della condanna e ad aver detto che occupare l'Ungheria è una bella idea, e che i gulag sono quanto meno un male necessario, la si passa liscia. Era andata meno bene a Badoglio nel 2009 condannato con larga maggioranza sempre a Villa Torlonia. Evidentemente tutte le ambiguità dell'Otto settembre sono state meno perdonabili per il pubblico degli ambigui rapporti con Mosca. Ma con le giurie popolari sono rischi che si corrono. Anche se a essere sinceri, quando la giuria non era ancora popolare ma «qualificata» venne assolto Togliatti (nel 2008) anche se per un molto più risicato 4 a 3.

Ma veniamo al processo di ieri dove in un certo senso sia l'accusa che la difesa sono nati da rami diversi del tronco del vecchio Pci.

A mettere in luce le magagne del partito comunista più grande dell'Occidente è stato Giuseppe Chicchi, ex sindaco di Rimini ed ex parlamentare che è partito nel Pds ed è approdato a Leu. Non ha lesinato nelle accuse anche se ha chiaramente il cuore a sinistra: «Il Pci ha avuto un rapporto subalterno all'Urss e non ha avuto il coraggio di rompere quando in tante circostanza era possibile farlo. È stato un partito al guinzaglio che ha limitato persino la sua azione riformista in nome degli equilibri internazionali e ha sempre messo in primo piano gli interessi di Mosca. Berlinguer intuì i limiti di tutto ciò ma fu tardivo nella sua azione». E ancora: «Nel 1926 Gramsci scrive a Togliatti che si trovava a Mosca nel pieno delle purghe staliniane. In quella lettera Gramsci evidenzia la centralità della società civile; il processo rivoluzionario deve essere prima sociale poi politico. E questa è una visione che è mancata al Pci». La politologa Nadia Urbinati, a lungo collaboratrice dell'Unità e di Left (e anche di un Corriere della Sera sempre più spostato a sinistra) ha però rintuzzato ogni tentativo di «revisionismo». Secondo lei il Pci ha avuto «un ruolo centrale nella costruzione ed estensione della democrazia in Italia». Da abile difensore, ha relegato i contatti con Mosca a un fatto reale ma marginale. E con arguta scelta tattica ha puntato sul locale. Ha puntualizzato che il Pci ha sviluppato una particolarissima «capacità di governo nei territori in ambito amministrativo, fatta di servizi e pragmatismo nelle risposte, lontana dall'alone ideologico. Il modello emiliano-romagnolo nasce in questo modo».

E cosa succede quando si deve mettere sul piatto una amministrazione accudente a casa propria (anche a costo di buffi tutti regalati alla generazioni a venire) rispetto ai gulag o alle purghe a casa degli altri? Che Stalin o Kruscev diventano quasi simpatici. Chapeau! alla difesa, un po' meno alla memoria storica o al «proletari di tutto il mondo unitevi!».

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