
La domanda che si pone Luca Beatrice nel suo ultimo libro e per una volta «ultimo» non significa il più recente, ma proprio l'ultimo: l'ha consegnato al suo editore poche settimane prima di morire, troppo presto, a 63 anni, il gennaio scorso è quella a cui tutti i critici e gli storici dell'arte contemporanea dovrebbero tentare di rispondere. «Quando abbiamo smesso di capire l'arte?».
Lui, intanto, ha fatto in tempo a suggerire qualche risposta. Abbiamo smesso di capirla quando abbiamo cominciato a far passare per arte quelli che sono soltanto esercizi di stile. Quando abbiamo sostituito le opere con i «progetti». Quando abbiamo privilegiato il sesso e l'etnia dell'artista rispetto al suo lavoro. Quando abbiamo diluito l'arte con la politica, generando una pessima parola: «artivismo» (in passato un gesto artistico poteva fare politica oltre le intenzioni dell'autore, oggi si vuole far passare per arte qualsiasi gesto politico). Quando abbiamo sottomesso la creatività ai temi che vanno di moda: diritti civili, ambientalismo, migranti, neofemminismo, gender... Quando abbiamo trascurato la forma dell'opera preferendole il messaggio. Cioè quando abbiamo iniziato a celebrare l'arte in totale assenza dell'opera.
È così che abbiamo smesso di capire l'arte.
Luca Beatrice, dal canto suo, l'arte l'ha cominciata a frequentare, studiare e capire molto presto. Specializzato in Storia dell'arte all'Università di Siena, iniziò la sua carriera di curatore alla fine degli anni Ottanta con mostre storiche sul futurismo. Ha insegnato per una vita all'Accademia Albertina e allo Ied di Torino e poi allo Iulm di Milano. Ha scritto un'infinità di articoli per infiniti giornali, e altrettanti libri di critica; ha curato decine e decine di mostre e nel 2009, con Beatrice Buscaroli, il Padiglione Italia della Biennale di Venezia. E quando poteva e doveva fare ancora altrettante cose, mentre era Presidente della Quadriennale di Roma, preparando la prossima edizione, che andrà in scena a ottobre 2025 - e sarà Fantastica - è successo quello che è successo.
Ma per fortuna abbiamo ancora occasione di parlare di lui e del suo lavoro grazie al suo libro postumo, che lo tiene più in vita che mai - titolo: La commedia dell'arte (Marsilio) - e che, come anticipa nel sottotitolo, racconta il «Dietro le quinte del contemporaneo tra musei, mercato e provocazioni». Tutte cose che Beatrice conosceva benissimo. I musei, che andava a cercare ovunque. Il mercato, sapendo benissimo distinguere le nuove tendenze, i bluff e i veri maestri. E le provocazioni, a cui lui per primo non sapeva rinunciare. Amava farsi passare come uomo di destra persino più di quanto lo fosse davvero, e questo perché se a volte mal sopportava la propria parte politica, detestava amabilmente l'altra, peraltro ricambiato. È vero. Era il migliore di noi peggiori.
Ed ecco in 150 pagine che hanno il rigore del saggio e il passo del pamphlet - senza che l'autore rinunci alle sue predilezioni e alle sue idiosincrasie - i falsi miti, i protagonisti, le regole, gli abbagli, i trucchi, gli inganni ma anche qualche incanto dell'arte contemporanea e del suo cerchio magico: critici, curator, galleristi, collezionisti... Esempi. Il curatore che nel nuovo sistema dell'arte ha ormai rubato la scena all'artista. La funzione irrinunciabile, anche oggi, in tempi in cui l'opera si è smaterializzata, di qualcosa di solido e concreto come il museo (senza museo non si ha arte). La deriva di tanta arte pubblica, dove al netto di qualche sorprendente eccezione (il Dito di Maurizio Cattelan) si vedono solo obbrobri (e chissà cosa avrebbe detto Luca Beatrice - io lo so, ma è meglio che non lo dica - della statua in bronzo della ragazza che guarda il cellulare, alta quattro metri, collocata da Thomas J. Price in Piazza della Signoria a Firenze). Gli scivolosi rapporti fra arte e nuove tecnologie (e chissà cosa avrebbe detto leggendo la notizia del dipinto creato dall'Intelligenza artificiale e battuto all'asta per oltre un milione di dollari). La tanta mediocrità e le poche eccellenze (l'italiano Blu) che si agitano fuori dai musei, fra street art e graffitismo. Il nuovo conformismo di attentare all'integrità dell'opera d'arte, giustificando il gesto con motivazioni di carattere climatico (peggio di un artista fallito c'è solo un ambientalista fanatico) a cui fa da corollario la follia di pensare come «creativo» il gesto vandalico. I pericoli insiti nella «cultura della cancellazione», una nuova forma di fondamentalismo il cui risvolto più pericoloso è la censura e che ha preso ormai di mira pittori «scorretti» (Gauguin, Balthus, Philip Guston...), statue ed edifici, soprattutto quelli «fascisti», senza considerare il fatto che il razionalismo italiano è la corrente architettonica più bella del nostro Novecento; e la raccomandazione di Luca Beatrice, di fronte al passato, è: «Giusto ricontestualizzarlo, rimuoverlo mai».
E fino a qui tutto il Brutto che Luca Beatrice scorge nell'arte contemporanea.
Ma poi c'è anche la sua straordinaria capacità di trovare il Bello.
Dopo il 2000, in questo quarto di secolo, Beatrice cita un pugno di opere capaci di cambiare il corso dell'arte. The Weather Project di Ólafur Elíasson del 2003. The Clock di Christian Marclay del 2010 (concordiamo assolutamente!). La riproduzione della scultura Il ratto delle Sabine del Giambologna che nel 2011 Urs Fischer ha voluto in scala reale e in cera, e che si scioglie lentamente.
L'esperienza interattiva Carne y Arena del regista messicano Alejandro González Iñárritu. Opere «che mettono al centro una questione urgente senza dimenticare l'essenza poetica, lo stupore, e di offrire ancora meraviglia allo spettatore». Grazie Luca.E non solo per i consigli.
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