Craxi, Di Pietro e la "Damnatio memoriae" da indagare ancora

Un libro a trent'anni da "Mani pulite"

Craxi, Di Pietro e la "Damnatio memoriae" da indagare ancora
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Trent'anni fa una tempesta giudiziaria si abbatté sull'Italia, spazzando via la Prima Repubblica. Oggi «Damnatio memoriae. Mani Pulite e i processi a Bettino Craxi» del giornalista Fabio Florindi e dell'avvocato Roger Locilento (LibertatesLibri), analizza il meccanismo giudiziario di quei processi, scandagliando migliaia di carte. E riflette sul ruolo del pm Antonio Di Pietro e dei suoi metodi «inquisitori». Accanto alla sua figura, quella di Craxi, anch'egli divisivo, tra chi lo apprezza per il suo decisionismo e chi lo ritiene il simbolo di un'Italia spregiudicata e lacerata dalla corruzione, cardine di un sistema da smantellare. I partiti che dopo il fascismo avevano mantenuto una loro autonomia - «proprio su questa mancanza di controllo si era potuto innescare il finanziamento occulto» -, erano diventati perlopiù un aggregatore di soldi e persone che ambivano a ottenere delle chances attraverso una tessera. Anche Craxi era a conoscenza del meccanismo del finanziamento illecito, pur avendo sempre rigettato le accuse su episodi specifici. Ma come si arrivò alla guerra fra politica e magistratura? Secondo gli autori sono tre le macro-ragioni: la caduta del Muro di Berlino, il trattato di Maastricht e la struttura del sistema giudiziario. Con la fine della Guerra fredda gli americani non avevano più interesse a mantenere equilibrio politico in Italia e anche i partiti «persero la loro funzione di guardiani di un'idea del mondo». L'Europa unita e le privatizzazioni ridussero il potere di controllo della politica sull'economia, mentre lo Stato aveva conferito poteri straordinari a forze di polizia e magistratura per combattere, per esempio, le organizzazioni terroristiche e mafiose. I «superpoteri» vennero legittimati anche per la lotta alla corruzione e se vennero a galla illeciti penali, è altrettanto vero che si arrivò a tanti di questi risultati con la carcerazione preventiva, per molti utilizzata per estorcere confessioni.

Il libro ricostruisce la genesi di quelle inchieste che portarono a decine di avvisi di garanzia e a due condanne definitive (anche se poi la Corte europea dei diritti dell'uomo condannerà l'Italia). Ma per gli autori «non c'è un documento che inchiodi Craxi. Le sentenze di colpevolezza arrivano sulla base di testimonianze, rese spesso da coimputati che avevano tutto l'interesse a sminuire le loro colpe».

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