La guerra in Israele e il rischio di un attacco alle truppe Usa in Medio Oriente

Il Pentagono teme attacchi contro gli americani nella regione mediorientale da parte di forze vicine all'Iran. L'avvertimento di Biden a Teheran: "Fate attenzione"

La guerra in Israele e il rischio di un attacco alle truppe Usa in Medio Oriente
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Mentre al confine con la Striscia di Gaza l’esercito israeliano prosegue i preparativi per l’operazione di terra, Joe Biden è tornato a parlare della strage compiuta da Hamas il 7 ottobre invitando l’Iran a “fare attenzione”. Un avvertimento al regime degli ayatollah sospettato di aver finanziato e aiutato il gruppo terroristico a preparare il massacro dello shabbat costato la vita ad almeno 1.200 israeliani.

Dietro alle parole del presidente Biden ci sarebbero i timori per possibili attacchi contro le truppe americane stanziate in Medio Oriente da parte dell’Iran e i suoi alleati nella regione. Indiscrezioni confermate dal Pentagono ai giornalisti di Politico secondo le quali Teheran potrebbe sfruttare la situazione d’instabilità creata dalla guerra contro Hamas per colpire le truppe Usa in Iraq, Siria o nel Golfo Persico.

In Siria sin dalla presidenza di Donald Trump, Washington ha dislocato circa 900 soldati con l’obiettivo di supportare la coalizione delle Forze democratiche siriane contro i terroristi dell’Isis. In Iraq invece rimangono 2.500 militari impegnati a sostenere il governo di Baghdad. Gruppi vicini all’Iran hanno già attaccato le truppe Usa in entrambi i Paesi.

Oltre ad Hamas, il movimento islamista sunnita che controlla la Striscia di Gaza, Teheran può contare su varie organizzazioni sciite, tra cui Hezbollah in Libano e i ribelli Houthi in Yemen. Questi ultimi nel 2019 hanno organizzato un massiccio attacco con droni contro impianti petroliferi in Arabia Saudita.

Biden ha già schierato la portaerei Uss Gerald Ford nel Mediterraneo orientale e sta pensando di inviare anche la Uss Dwight Eisenhower. Una dimostrazione di forza rivolta anche agli amici dei nemici americani, Russia in testa. Mosca per il momento sta mantenendo un profilo relativamente basso ma spera di approfittare della crisi per distogliere l’attenzione occidentale dalla guerra in Ucraina.

Sotto la lente d'ingrandimento anche i rapporti iraniani nella regione. Israele e Arabia Saudita sono i nemici storici di Teheran in Medio Oriente e per molti analisti il negoziato in corso per la normalizzazione dei rapporti tra Tel Aviv e Riad sarebbe stato uno dei motivi per i quali l'Iran avrebbe appoggiato il piano di morte di Hamas. Negli ultimi giorni si sono susseguite ricostruzioni giornalistiche secondo le quali il regime degli ayatollah avrebbe partecipato ad incontri in Libano e avrebbe dato il via libera all’esecuzione dell'attacco contro lo Stato ebraico.

Le relazioni tra l’Iran e l’Arabia Saudita, sempre piuttosto tese, sembravano aver raggiunto uno stato di calma apparente dopo gli accordi siglati a marzo a Pechino grazie alla mediazione cinese. In queste ore si è svolta la prima telefonata tra il presidente iraniano Ebrahim Raisi e il principe ereditario saudita Mohammad bin Salman (Mbs). Un segnale che potrebbe essere interpretato come un tentativo da parte di Teheran di spezzare l'isolamento che ha investito il regime. Secondo le informazioni ufficiali durante il colloquio telefonico Mbs avrebbe sottolineato il suo impegno ad esercitare "il massimo sforzo con tutti gli attori internazionali e regionali per porre fine all’escalation”.

Intanto Washington mantiene alta la guardia.

In una conferenza stampa il Segretario alla difesa Usa Lloyd Austin ha dichiarato che c’è una sola risposta “per qualsiasi Paese o organizzazione che stia cercando di trarre vantaggio dalla situazione in Israele per allargare il conflitto o per provocare altre morti: non fatelo”.

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