Ecco come l'Europa finanzia i singoli Paesi ma contro il caro-bollette non ci sono strumenti

Mes, Sure e Pnrr hanno vincoli di destinazione pressoché immodificabili

Ecco come l'Europa finanzia i singoli Paesi ma contro il caro-bollette non ci sono strumenti

La crisi energetica che sta colpendo in modo sempre più grave l'Europa e che rischia di peggiorare nelle prossime settimane, ha fatto emergere tutte le divisioni esistenti all'interno delle istituzioni europee esplose negli ultimi giorni dopo l'annuncio del maxi piano tedesco da 200 miliardi per fronteggiare gli aumenti. Il tema dell'energia è però solo la punta dell'iceberg di una frattura molto più profonda e che divide i paesi in due grandi blocchi: da un lato la Germania con i paesi frugali, dall'altro l'Italia, la Francia e i Paesi mediterranei. In particolare nella giornata di ieri sono emerse le fratture su quattro grandi temi: il Mes, il Pnrr, il Sure e i fondi di coesione. Dietro a queste sigle, più utilizzate da istituzioni e media che realmente comprese dai cittadini, si nascondono misure chiave per il nostro futuro.

Nella sua ultima dichiarazione ufficiale prima della fine del mandato da direttore generale del Mes, Klaus Regling ha affermato che «l'Unione monetaria ha bisogno del Mes, perché la Bce non può finanziare direttamente gli Stati membri, è escluso dai Trattati». E riferendosi all'Italia ha aggiunto: «Non ha mai avuto bisogno di soldi dal Mes ed anzi ne è un forte sostenitore» né ha mai avuto «grandi squilibri macroeconomici» come la Grecia e il Portogallo che vi hanno fatto ricorso.

Mes è la sigla di Meccanismo europeo di stabilità, un fondo finanziario europeo nato per garantire la stabilità finanziaria della zona euro con una capacità di prestito massima di 500 miliardi di euro. L'utilizzo del fondo da parte degli Stati membri determina però un'assistenza sottoposta a strette condizioni al punto che i più critici parlano di un vero e proprio commissariamento degli Stati da parte dell'Ue.

Diverso è lo strumento del Sure, il programma di prestiti a sostegno dei piani nazionali di supporto all'occupazione lanciato nei primi mesi della pandemia. I commissari Paolo Gentiloni e Thierry Breton hanno proposto l'istituzione di un fondo modellato su Sure (costituito da prestiti con tassi di favore erogati agli Stati dalla Commissione) per fronteggiare il caro energia.

Si tratta di un programma differente dal Next Generation Eu, un fondo da 750 miliardi di euro per la ripresa europea (il Recovery Fund) in cui rientra il Pnrr (il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) per gestire i 191,5 miliardi (70 in sovvenzioni a fondo perduto e 121 in prestiti) spettanti all'Italia. Secondo il vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis «né il Recovery Fund né il RepowerEu finanziano iniziative per sostenere i redditi o cose simili, situazioni che richiedono risorse di altro genere».

Così, per rispondere alla crisi energetica, può entrare in gioco un altro strumento: i fondi di coesione. Secondo Dombrovskis a Bruxelles si sta lavorando «per definire spazi di flessibilità nell'uso dei fondi di coesione che rimangono dal bilancio Ue 2014-2020 per usarli nel contesto dell'attuale crisi energetica».

Si tratta di uno strumento strutturale europeo previsto per alcune aree di investimento come la tutela dell'ambiente, le infrastrutture ma anche reti dell'elettricità, i gasdotti. Al netto della misura che verrà utilizzata, ai cittadini e alle imprese europee interessa il risultato e risposte immediate per contrastare il caro energia sempre più fuori controllo.

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