
Tremila aziende, dalle multinazionali alle Pmi; investimenti annui in ricerca e sviluppo di oltre 30 miliardi e 1,7 milioni di occupati: la realtà europea della componentistica automotive, da sempre riconosciuta un'eccellenza mondiale, ha di fronte a sé «un 2025 turbolento» e scarsamente redditizio. Senso di crescente incertezza, calo dei volumi produttivi, inevitabili chiusure di impianti, profitti bassi e concorrenza cinese sempre più aggressiva sono i problemi evidenziati nel sondaggio di Clepa, l'Associazione europea dei fornitori automobilistici, e McKinsey con il contributo di 120 imprese.
I fornitori vedono la propria competitività sempre più a rischio, come denuncia il 72 per cento. Elevata è anche la percentuale di chi segnala forti difficoltà nel trasferire i costi crescenti ai costruttori. E ad aggravare la situazione si aggiungono ora i dazi Usa: solo il 19% delle aziende interpellate da Clepa e McKinsey indica di poter trasferire il costo delle tariffe doganali ai clienti, cioè i costruttori di vetture, mentre oltre il 50% dovrà rivedere i contratti. A pagare le conseguenze di questo scenario, avverte l'indagine, saranno in particolare i soggetti più piccoli, praticamente prossimi al fallimento.
Benjamin Krieger, segretario generale di Clepa, se la prende con la politica Ue. «Si spostino le discussioni del Piano d'azione - afferma - su misure concrete; se non agiamo ora, l'Europa rischia di essere ricordata non per la potente industria che ha costruito, ma per quella che ha perso a favore di altre regioni».
A proposito di «Piano d'azione»: dovrebbe essere discussa oggi, come ordine del giorno del collegio dei commissari Ue, la proposta di modifica del regolamento sulla riduzione delle emissioni di
CO2 dei veicoli, cioè la concessione alle case automobilistiche di più flessibilità (fino al 2027) per conformarsi agli obiettivi di decarbonizzazione. E scongiurare, soprattutto, la tegola ravvicinata di multe miliardarie.
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Mercato completamente distrutto, non si riprenderà mai più.
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